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Una vita (Parte prima) - Adriana Fiorato

 
 

I miniracconti di Adriana Fiorato: Una vita (Parte prima)

 
Adriana Fiorato

ID Autore: 2023
ID Testo: 8338

Testo online da domenica 17 aprile 2016

Ultima modifica del domenica 17 aprile 2016
Scritto nel 2006

 

Una vita (Parte prima)

La mia storia è certamente molto simile a quella di tanti altri che hanno vissuto nello stesso periodo: la racconto per far capire ai giovani di oggi, quelli che ancora la ignorano,quanta differenza c'è tra la vita di allora e quella di adesso. Quante situazioni, quante emozioni, quante gioie, quante paure sono rimaste impresse nel lungo eppur brevissimo corso della mia vita di ultra novantenne.. A volte sono immagini fuggevoli eppur vive, a volte tenacemente registrate. Ho avuto la fortuna di nascere in un secolo di grandi trasformazioni, di grandi progressi scientifici, di grandi cambiamenti sociali e di costume. Ho assistito a tutta questa metamorfosi cercando via via di adeguarmi, di capire, di accettare anche ciò che non mi convinceva molto. Non so se ci sono riuscita in pieno. Tutto ciò è avvenuto in maniera così rapida, così inaspettata per me che, come credo sia accaduto ad altri della mia età, a volte ho fatto fatica a mantenere il passo.
Quando sono nata la vita era molto diversa da come è ora.
Mia madre era una casalinga. Le donne allora non lavoravano.
"Il posto delle donne è la casa, i fornelli e la cura dei figli.". Così dicevano. E per farla contenta la chiamavano "la regina della casa". Era una regina che doveva ogni mattina (e per tre volte al giorno...) accendere il carbone entro un fornello arrotolando un giornale, quando c'era un giornale che pochi comperavano, altrimenti usando pezzi di carta di fortuna a cui dava fuoco con un fiammifero di legno che chiamavano "prospero". A volte il carbone era umido. I carbonai, nei loro negozi che sembravano antri delle streghe tanto erano neri e fuligginosi , spesso, prima di venderlo, lo bagnavano per farlo pesare di più e ricavarne un maggior guadagno (anche allora c'erano i furbi e i disonesti).
Specialmente in quel caso si faticava molto per accendere il fuoco. Con un grande ventaglio fatto di penne di pollo, piuttosto bello, in verità, si sventolava sotto il fornello e, si salvi chi può,un gran polverone di cenere e residui di carta bruciata si sollevava per l'aria e si depositava sui mobili e sui capelli di chi stava in cucina. Spesso erano i bambini addetti all'operazione di sventolamento e io ero una di loro. La "regina della casa" diventava una cenerentola. Le pentole, i tegami, le padelle erano fuori tutte nere e non si riusciva mai a farle tornare pulite. Si grattavano con la stessa cenere lasciata dal carbone unita alla soda che era una polver bianca che irritava la pelle e spezzava le unghie. I detersivi non erano ancora stati prodotti e i guanti di gomma non esistevano. Tutte le donne di casa, le "regine" avevano le mani malandate.
Per fortuna a Roma abbiamo sempre avuto tanta acqua e lavarsi non era un grosso problema. Non essendoci però lo scaldabagno si metteva un grosso pentolone pieno di acqua a scaldare e riempiendo un grande catino ovale chiamato comunemente "bagnapiedi", ci si lavava così. La fatica poi stava nello svuotare il recipiente.
Le vasche da bagno come oggi le abbiamo noi, non esistevano, o meglio, erano appannaggio dei più ricchi e a preparare il bagno ai signori pensava la servitù. Poter fare un bel bagno caldo immergendosi completamente nell'acqua calda era solo un sogno: solo i bambini potevano farlo nel bagnapiedi.
C'erano però i bagni pubblici. Erano grandi ambienti con tante cabine ognuna con una vasca grande dove, pagando logicamente la prestazione, si poteva usufruire della vasca e dell'acqua calda.
Ce n'era uno, mi ricordo, anche in Via Cola di Rienzo e si chiamava "Cobianchi - Albergo diurno". Questo ha funzionato fino a pochi anni fa.. Col passare degli anni, oltre ai bagni che venivano usati da stranieri e persone di passaggio, vi era stato istituito un servizio di cure per il corpo, massaggi, pedicure, parrucchiere ecc.. Si era, insomma, modernizzato. Ma questo molto dopo la guerra.
A sette anni (e mi sentivo una privilegiata) ho avuto anche io, entrando in un nuovo appartamento con la mia famiglia, la prima vasca da bagno che aveva più o meno la forma di quelle di oggi ma non era incassata nel muro e aveva grossi appoggi di metallo a imitazione di zampe di leone. Era una grande conquista. Ma i fornelli andavano ancora a carbone..
Nella stragrande maggioranza delle case, anche a Roma, non esisteva la stanza da bagno e nemmeno quella che comunemente chiamiamo "tazza del gabinetto". Si usava il cosidetto "vaso da notte", come quello piccolo che usiamo per i bambini per abituarli a non farla nel pannolino. Dopo aver usato il vaso da notte se ne gettava il contenuto in un grosso tubo che veniva poi chiuso da un coperchio, quando il coperchio c'era. Detto tubo partiva da una parete interna (ne ho visti anche in cucina!) e, attraverso un foro nel muro, usciva sulla strada costeggiando la casa e finiva nel sottosuolo sfociando nelle fogne.
Si cominciava però in quel periodo (io ero ancora una bambina) ad avvertire l'esigenza di un luogo appartato dove potersi chiudere per le proprie necessità o, direi, per i propri bisogni e si cominciarono a creare piccoli ambienti adatti allo scopo. Molti appartamenti avevano un balconcino e, sopratutto lì, si fece in modo di impiantare un piccolo spazio riservato. Insisto nel dire piccolo perché, in realtà, non si dava importanza a quella che oggi è diventata una necessità, cioè dedicare spazio alla cura del corpo e dell'igiene. Tanto è vero che l'ambiente creato si chiamava "gabinetto", cioè piccola cabina e vi era una tazza e un minuscolo lavandino che serviva solo per lavarsi le mani. Le persone corpulente rischiavano di incastrarvisi. Nelle case in cui era stato possibile costruire un gabinetto non ve n'era però più di uno. Se la famiglia era numerosa, e quasi tutte lo erano, si doveva fare la fila e entrava chi aveva più urgenza o chi era più prepotente. Chi non poteva aspettare ricorreva al "vaso da notte". Immaginate, se lo potete, i disagi che ciò comportava.
Nelle case di campagna poi le cose andavano peggio.I miei mi mandavano in villeggiatura durante le vacanze estive dai nonni, che erano i più benestanti del piccolissimo paese dove abitavano e già avevano il loro gabinetto. In tutte le famiglie dei contadini, invece, per fare la pipì o altro, si doveva scendere nelle stalle, dove razzolavano le galline e muggivano le mucche e dove era stata praticata nel pavimento sterrato una grossa buca sopra la quale veniva appoggiata una tavola di legno, spesso sdrucciolevole per gli escrementi dei polli (e non solo...), e lì, con notevole pericolo, si sistemava la persona che doveva soddisfare alle proprie necessità.
L'operazione era rapida poiché la posizione era molto scomoda e malsicura. Non si poteva certo, come molte persone fanno oggi, mettersi a leggere o fare le parole incrociate o telefonare mentre si perdeva.... quel tempo! Senza parlare poi dei fastidi olfattivi. In compenso, però, si produceva letame per l'orto dove crescevano verdure rigogliose.
Non esisteva la carta igienica. Come si faceva? A volte si usavano grandi foglie. Non erano molto confortevoli ma in compenso era tutto materiale organico che non inquinava. Diciamola così.
Non si creda però che la gente fosse sporca. Con grandi sacrifici tutti ci tenevano ad essere puliti. Vicino al paese (vicino per modo di dire, saranno stati due o tre chilometri di ripida discesa e di faticosa risalita), correva un ruscello limpido e fresco, anche troppo, e lì, spesso, d'estate, s'intende, i ragazzi, nascosti un pò dalle piante, facevano il bagno completamente nudi. E si divertivano un mondo. Oggi si bagnano nelle piscine dove imparano anche a nuotare ma non possono schiamazzare e divertirsi come loro, Ora quel corso d'acqua alimenta un lago chiuso da una altissima diga che una grossa società ha costruito nel 1940 per produrre energia elettrica. Il ruscello ne è sommerso, non c'è più, I ragazzi non possono più sguazzettare come una volta, ma possono tuffarsi dalle rive del lago e hanno la luce in casa. Ecco una manifestazione del progresso.
In quell'epoca l'acqua in casa non c'era. Non era mai stato fatto un acquedotto per quel paese. Erano le donne che andavano, con un portamento regale, a piedi, col caldo o col gelo (e d'inverno ghiacciava veramente) a prenderla ad una sorgente distante più di un chilometro, forse due (a me sembrava lontanissimo) portando sulla testa la "conca". Era, questo recipiente, una specie di grande anfora di rame, finemente incisa con tanti disegni e con due grandi manici. Le famiglie facevano a gara per avere la più bella . Era pesantissima già da vuota, figuriamoci piena d'acqua! Le donne erano dotate di un equilibrio incredibile e, portando questo recipiente sulla testa, pur camminando in una mulattiera stretta e piena di sassi e di avvallamenti, riuscivano a non farne cadere una goccia. Eppure quelle conche erano piene fino all'orlo poiché per risparmiare un viaggio le riempivano il più possibile. Quell'acqua, freschissima e buonissima, doveva servire per lavarsi, per cucinare e per bere. Oltre alle persone dovevano bere gli animali e tutte le famiglie ne avevano. Non so quante volte ogni giorno quelle donne dovevano sobbarcarsi quella fatica. Il bucato lo facevano al ruscello, d'estate e d'inverno usando, come detersivo, la cenere del loro camino. Non so come facessero ma i loro panni erano sempre bianchissimi.
Allora, nelle città e specialmente a Roma, la luce elettrica era già stata attivata ed io potevo, a differenza dei bambini del paese, illuminare la mia stanza solo girando l'interruttore. Dico "girando" perché gli interruttori avevano una specie di barretta che si girava a destra o a sinistra per accendere o spegnere. Le lampade non davano la luce incandescente che danno ora ma io ero già felice di quella illuminazione moderata e un po' rossiccia. Certo, di corrente bisognava consumarne poca poiché costava cara e abbiamo imparato ad essere parsimoniosi. Le lampadine, che in realtà erano lampadoni, si accendevano al momento di necessità e si spegnevano appena se ne poteva fare a meno. Al paese no. Non c'era elettricità. I contadini si alzavano che non era ancora giorno e partivano per i campi dove lavoravano dall'alba al tramonto senza guardare l'orologio che, tra l'altro, quasi nessuno possedeva. Tornando, la sera, accendevano una lampada chiamata acetilene, alimentata da un combustibile, il "carburo", il cui gas si incendiava producendo una discreta luce. Questa operazione era svolta dagli uomini. Cucire, stirare, scrivere erano cose che si facevano di giorno "con la luce di Dio" diceva mia nonna. Specie d'inverno la "luce di Dio" si esauriva presto e alle cinque era già buio. L'acetilene illuminava abbastanza ma per questione di economia non si poteva tenerla molto tempo accesa. Si adoperava più che altro in cucina, per scaldare la cena, per apparecchiare e cenare; se c'era la luna piena bastava questa a illuminare le stanze. Le finestre non erano mai molto grandi e questo serviva, oltre ai muri spessi a volte anche un metro, a mantenere le stanze calde in inverno e fresche d'estate. Non c'erano i riscaldamenti ma nelle cucine c'era sempre un grande camino a legna che nella stagione fredda si teneva sempre acceso (la legna era l'unica cosa che non mancava, ma quanta fatica per procurarsela!) con il risultato però che nella cucina faceva un bel caldo e nelle camere da letto, quasi sempre al piano superiore, si tremava dal freddo. I letti sembravano bagnati.
Si ovviava a questo inconveniente usando delle specie di grandi padelle con coperchio che venivano riempite di brace ardente e che si chiamavano appunto "scaldaletto". Si mettevano tra le coperte prima di andare a dormire e si trovava così il letto riscaldato. Guai poi a tirare fuori un braccio! In quelle condizioni, anche ci fosse stata la luce, non si poteva certo leggere un libro.
Ma tornando all'illuminazione, non ce n'era per le strade e chi voleva o doveva uscire di sera magari per andare a trovare gli amici e bere con loro un bicchiere di vino (e gli uomini bevevano abbondantemente) si procurava un tizzone acceso e, tenendolo in mano, illuminava, si fa per dire, solo il punto in cui mettere il piede. Le strade, se così si potevano chiamare, erano selciate con ciottoli di tufo, abbastanza levigati dal calpestio e dalla pioggia che li rendeva un po' scivolosi, piene di avvallamenti e di sporgenze e anche di pozzanghere quando era cattivo tempo. Eravamo talmente abituati a quelle strade accidentate che non ci preoccupavamo dei disagi e saltellavamo come gazzelle da un sasso all'altro. Io, un po' meno esperta, qualche escoriazione l'ho riportata, ma era cosa lieve.
I ragazzi del paese non conoscevano le canzoni che noi a Roma sentivamo a teatro o per la strada cantate da girovaghi che si piazzavano sotto le finestre delle abitazioni accompagnandosi con la loro pianola a rullo in attesa di qualche moneta spicciola. La musica non sempre era gradevole per cattiva riproduzione, ma era sempre piacevole ascoltarla: non c'era la radio e i mezzi acustici erano poco efficienti.
I ragazzi del paese, non potendo godere di questa opportunità, mi chiedevano di insegnare loro le canzoni in voga. Così, la sera, quando era bel tempo anche noi uscivamo con i grandi e, più o meno intonati, canticchiavamo per la strada quelle canzoni che tanto li entusiasmavano. Ce ne era una, mi ricordo, che ebbe un grande successo e tutti la cantavano commuovendosi al suo racconto strappalacrime: era intitolata "Balocchi e profumi". Era molto bella e ancora oggi, anche se raramente, la Rai la trasmette.
Io, ragazzina di città, che stavo imparando a leggere e scrivere, che cominciavo a conoscere un po' di storia e geografia, mi sentivo ignorante e imbranata di fronte ad altri della mia età che, pur con cognizioni scolastiche limitatissime, sapevano risolvere mille problemi: sapevano andare a cavallo senza sella, sapevano mungere le mucche o domare un puledrino. Conoscevano tutte le piante, sapevano quando potarle, quando piantarle, quando annaffiarle. Sapevano arrampicarsi sugli alberi per cogliere i frutti. Riuscivano a cogliere le more senza pungersi. Aiutavano i genitori a produrre la ricotta e il formaggio, a trasformare l'uva in vino, le olive in olio, il grano in farina.
Questi ragazzi mi invidiavano perché io potevo frequentare una scuola vicina mentre la loro era molto lontana e il percorso per raggiungerla, fatto sempre a piedi e spesso con le scarpe rotte o addirittura scalzi, era disagevole specie quando pioveva o nevicava.

 
 

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