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Ed infine silenzio - Michele Ciminale

 
 

I miniracconti di Michele Ciminale: Ed infine silenzio

 
Michele Ciminale

ID Autore: 1912
ID Testo: 7962

Testo online da mercoledì 10 dicembre 2014

Ultima modifica del mercoledì 10 dicembre 2014
Scritto nel 2013

 

Ed infine silenzio

Soffocate in questa notte, solo le parole che trasudano e scompaiono.

L'atto stesso della vita è la tragedia, non vi è nulla di più vicino a quello che noi sentiamo a questa grandiosa opera.

Gli intrighi, i tradimenti, gli inganni, la mala e buona sorte, la fortuna e la vendetta, tutti ingredienti di una sottile commedia, che cambia ruoli e parti ad ogni atto.

Poi, tutto cambia, la nostra mente si amplia, i nostri discorsi maturano e tutto diventa un incredibile minestrone di gerghi che richiamano una conoscenza a noi superiore, del quale abbiamo il potere di farla nostra.

E cosi, tutto viene dimenticato, da guardare le scene di una commedia, la si tramuta rapidamente in misfatto, in tragedia, in centinaia di storie da raccontare, che legano e elencano, numeri infiniti.

Targati con altrettanti nomi e facce, assumiamo ruoli sempre nuovi, inconsci della manipolazione che vi è dietro.

Tutto scorre, fra le parole più ardite e pungenti, fra le azioni più disarmanti e le gesta più arroganti, una serie a catena di eventi, un susseguirsi veloce, rapido, cosi veloce che il nostro occhio si perde, cancellando la logica, guardando solo il suo innevitabile corso, che nel suo frastuono diventa tuono, che dal fiume diventa cascata e una volta raggiunto l'apice di un patos sfrenato, di un crescente delirio, ecco arriviamo all'ultimo atto.

Li si racchiudono come in un dono, tuttò ciò che è stato chiave di quel momento, tutto ciò che ha creato la creature totalmente imperfetta, incapace e superba che in ogni suo passo ha lastricato il suo tragitto, fra coscenza e incoscenza, fra coerenza e follia, ha percorso e costruito quel tratto, fino a giungere li, dove tutto finisce.

Ed è li, che il burattinaio, che muoveva i fili, abbandona il suo posto e si porge anch'esso come attore, come voce narrante del narratore, come finestra per ciò che era il passato, come specchio per ciò che si è diventato.

Ed è li che balena per primo il rifiuto, la negazione, poi come un vaso incrinato, arriva la comprensione, la sottile lama che squarcia la tela, che profondamente recide tutto il tessuto delle certezze che hanno fondato lui, l'esso, il pensante, il presente, l'essere esistente, l'attore, il giullare, che da sfarzo del re e diventato l'assassino, che da contadino e diventato brigante.

Inseguendo un sogno di singolare bellezza e rivestito di girlande e gioielli, ha seduto su troni d'oro, ha amato le più belle donne e goduto delle più succulente carni, certo che tutto era suo, della sua volontà, della sua certezza infinita e profonda, che non schioda nemmeno il più arruginito chiodo dalla dura pietra.

La lama recide tutto, riportato la bobina all'indietro, guardando un film dagli ultimi minuti finali, fino alla innocenza dell'inizio, della sua pura ignoranza che non mascherava altro.

Infine, tutto appare come un quadro senza corcine, senza uno schema preciso, senza nemmeno un pittore che ha dato la sua firma all'opera eppure, per quanto ridicolo e illogico, tutto assume un senso di tale profondita, che riusciamo ad accettare anche quel gigantesco puzzle, come la più fesca delle acque.

Ed è li, che l'attore diventa regista, ed è li, che l'attore diventa burattinaio, che tesse i fili delle sue gambe e delle sue braccia, che stringe nelle sue mani l'essenza stessa di quel paradosso senza apparente logica.

Ed è li, che gli spetta la decisione ultima quella che porterà al ricordo secolare di quell'opera quella che riporterà all'immane decacenza o al fulgido splendore.

Eppure, come me ci sono attori, che scelgono il monologo, fra il teschio e la lama, fra l'essere e non essere, ebbene, noi scegliamo di gettarli sul palco, di scendere dalla scena e guardare da lontano, le traccie del nostro operato, lasciando il pubblico confuso e perso, ecco questo è il maggiore dei finali.

Quello che non lascia spazio a nessuna possibile conclusione a nessuna immaginazione, eppure apre alla fine della sala una porta, che lascia ampi spazi per riempire tale conclusione, senza nemmeno doversi interrogare tanto, perchè difatti, quella sala è la vita stessa, la nostra coscenza stessa, che ricerca la sua coesione con noi.

Sebbene, abbiamo ancora una ignota figura in quel vuoto spazio, sappiamo in cuor nostro già quale sarà il vero finale a cui tutti ambiamo, il silenzio senza commenti.

 
 

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