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Mobbing - Gustavo Tempesta

 
 

I miniracconti di Gustavo Tempesta: Mobbing

 
Gustavo Tempesta

ID Autore: 2119
ID Testo: 3486

Dedica: a quelli che non possono parlare

Testo online da lunedì 21 settembre 2009
Ultima modifica del lunedì 21 settembre 2009
Scritto nel 2009

 

Mobbing

Quel figlio di gran puttana lo vessava. Lo pungeva, lo infastidiva. Lo mandava a svolgere il lavoro in posti assurdi, sacrificati: appartamenti al quinto piano senza ascensore, vicoli ciechi aggrovigliati di auto parcheggiate.
Il furgone stentava ad entrare in quelle stradine, e nel fare retromarcia si urtavano inevitabilmente le auto in sosta. Tornando la sera in sede un principalino controllava scrupolosamente il veicolo con l'intenzione meditata di trovare un bozzetto o un graffio, o della vernice scrostata sulla carrozzeria. Poi dondolava la testa e avvoltolava gli occhi.
Quelle perfide palline protette da un paio di occhialini dalla montatura quadrata; gliele avrebbe volentieri fatte schizzare fuori dalle orbite, ma non poteva. Aveva famiglia! Dove cazzo sarebbe potuto andare a lavorare a cinquant'anni! Chi lo avrebbe preso. In un paese, il quale fra i tanti vanti: uno è quello di avere una massa di giovani disoccupati o in cerca di prima occupazione. Doveva resistere e stare calmo. Del resto il mestiere lo conosceva bene, e sapeva svolgere il lavoro in modo esemplare. Non avrebbe dato adito a qualsivoglia provocazione. Non avrebbe dato alcun motivo per procurargli un capro espiatorio dentro il quale scaricare la sua cattiveria.
L'Estate distribuiva le sue settimane di fine Agosto. Il furgoncino traballava con la sua spia del carburante perennemente accesa. Il prezzo del gasolio era alle "stelle" per cui in ditta si era deciso di evitare sperperi. Così per il nastro isolante come per gli attrezzi nuovi, molte cose venivano catalogate in virtù di spese da sostenersi in altra data.
Salvo in quel periodo era di ottimo umore; se lo era imposto, riuscendoci abbastanza bene. Guidava fischiettando. Arzigogolava le labbra modificando l'emissione del fiato per cui dalla sua bocca fluivano sibili come di uno zufolo capitato nelle mani di un ragazzotto per caso.
Fece tutti i giri che doveva fare, rispettò scrupolosamente gli appuntamenti presi con i clienti. Soddisfatto e mosso da buona lena si apprestava al ritorno in sede.
Un vergognoso ingorgo di traffico cittadino lo attendeva; e ci si trovò nel bel mezzo un'ora dopo.
Il furgoncino ansimava dalla sete; ma tenne duro e resistette oltre misura. Gli ultimi ticchettii del diesel preclusero in Salvo la speranza di arrivare per tempo in magazzino. Accantonò il mezzo sul marciapiede telefonò in ditta –come volesse giustificare quel ritardo- La lamentela si fece presto sentire dall'altro capo della cella preposta –domani ne parliamo. Domani! Domani deciderò. "e questo è quanto" disse quel principalino.
Salvo tornò a casa con i mezzi pubblici. Non ci è dato di sapere cosa raccontò alla moglie -data l'ora insolita del suo rientro-
Un tarlo gli divorava il petto; immaginando di già la mattina seguente. Egli non voleva assolutamente pensare a quando fosse stato giorno. Dormì agitato, invece. Non era un sonno. Era quel dormiveglia che lo lasciava prostrato e incerto. Era un crepaccio dove cadeva e risaliva. Una speranza che ciò non fosse vero, ma come un tonfo sordo produceva un solo rumore.
Quel tonfo sordo che ti piomba lo stomaco, ti strozza il duodeno e ti interdice il respiro ...e quell'accusatore che non la smette di vomitare. Doveri, rispetto, sacrifici; rimproveri e minacce.
-Ti ho preparato la lettera di dimissioni. Firmala!- Ti conviene [...]

 

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