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Una vincia al Totocalcio - Antonio Pelizzari

 

I miniracconti di Antonio Pelizzari: Una vincia al Totocalcio

 
Antonio Pelizzari

ID Autore: 38
ID Testo: 2818

Testo online da mercoledì 1 aprile 2009
Ultima modifica del mercoledì 1 aprile 2009
Scritto nel 2000

 

Una vincia al Totocalcio

Nel '50 ero un ragazzino di 10 anni. La domenica, verso sera, mio padre era solito spedirmi in piazza Brà (VR), dove il bar che faceva angolo con via Mazzini, usava esporre su un tabellone la colonna vincente della schedina del Totocalcio. Il mio compito era quello di ricopiarla. Mio padre avrebbe poi attentamente controllato. All'epoca il massimo punteggio era il 12.
Io gradivo quell'incombenza: ero affascinato dalla inesauribile fantasia dei grandi che, da un sintetico risultato espresso in codice SISAL (1 – X – 2) riuscivano ad inventarsi la cronistoria di una intera partita. Sui dettagli c'erano sempre opinioni contrastanti e, di lì, animate discussioni con voci in crescendo per prevalere sulle altre, insomma quasi urla. Queste, poi, attiravano la curiosità di alcuni passanti che, forse non capitati per caso, si univano a complicare quelle dotte disquisizioni ed il tutto sfociava in un alterco; ma si trattava di un alterco apparente, che non trascendeva i limiti della buona educazione. Discussioni tranquille e pacate, probabilmente, non avrebbero interessato nessuno.

Anche quella domenica, sebbene pioviginasse con insistenza, davanti al tabellone c'era un discreto numero di persone. Dopo il controllo, la schedina veniva accartocciata e depositata nel cestino dei rifiuti, messo di proposito a portata di mano. Quel gesto era rassegnato, mai indispettito. L'appuntamento con la dea bendata era rimandato alla prossima domenica.

Io me ne stavo in disparte, in paziente attesa del mio turno.

Ed ecco arrivare un tizio in bicicletta, senza ombrello, fradicio di pioggia e di vino. Canticchiava, ma in modo sguaiato, tipico degli ubriachi, con quella voce roca ed impacciata che viene dalla lingua grossa; tutto sommato, però, non stonava. Prima di fermarsi definitivamente al liston dove stava la gente che commentava i risultati, il ciclista aveva fatto qualche tentativo senza successo di avvicinarsi, ma poi aveva girato il manubrio e, con un sorrisetto di scusa ed uno sguardo spento, da ebete, si era allontanato, pencolando ad ogni pedalata, per riprovare, raggiunta una distanza di una ventina di metri, a ritornare, cercando di centrare meglio il bersaglio.
La manovra non era passata inosservata, anzi qualcuno gli lanciava frasi di incoraggiamento del tipo << forza, Bartali!>> ed i più ridevano.

Dopo alcuni tentativi, il nostro ciclista era finalmente riuscito a sbarcare sul marciapiede e, con passo molto insicuro, si era avvicinato al tabellone, incurante dei diritti di precedenza e, lentamente, aveva cavato, con mano tremolante, da un pacchetto di carte un po' unte, la schedina. Però la verifica non gli riusciva: si sa, gli ubriachi hanno spesso la vista annebbiata e, per quanto allungasse il collo e per quanto strizzasse le palpebre, non riusciva a mettere ben a fuoco gli occhi.
Un signore di mezza età, alto e ben vestito, con la propria schedina già in mano, stava giusto inforcando gli occhiali e, non so come, si era venuto a trovare vicino all'ubriaco; dopo averlo squadrato dall'alto al basso con evidente disgusto e cercato anche di evitarlo, si era poi rassegnato ad aiutarlo nel controllo della schedina, così si sarebbe sbrigato in fretta e si sarebbe liberato di un vicino che in qualche modo lo metteva a disagio e, soprattutto, lo disturbava. Si fece quindi dare la schedina, anzi, gliela prese direttamente, ed iniziò il controllo.
Scorse la colonna della schedina una volta, poi la riscorse lentamente e con molta attenzione, puntando il dito ad ogni successivo passo di giocata, si fece molto serio, ricontrollò ancora una volta e quindi scosse la testa, si guardò intorno e <> disse all'ubriaco, << non hai vinto proprio niente. Però devi andare a lavorare e non sperare di diventare ricco con la SISAL. Non sciupare i soldi nelle osterie, magari la tua famiglia patisce la fame! Mi fai compassione, veramente!>> Così dicendo mise mano al portafogli, ne cavò sei biglietti da cento lire e due da cinquanta e continuò: <> ed accompagnò alle parole il gesto: gli dette le settecento lire e gli restituì la schedina. Tutta la chiacchierata fu fatta, per la verità, in dialetto veronese, ma io riporto, nel rispetto del contenuto originario, soltanto la traduzione.
La coloritura, invece, sarebbe ben diversa!
Per la cronaca, all'epoca si pagavano ottanta lire per l'ingresso al cinema, nei primi posti.

L'ubriaco accettò quei quattrini senza alcuna reticenza, li intascò, ringraziò con un gesto della mano e in silenzio, piano piano, ritornò alla bicicletta e si allontanò, lentamente, ancora un poco ondeggiando e pencolando ad ogni pedalata.

Il signore alto e ben vestito lo seguì con lo sguardo fino a quando il ciclista non scomparve dalla nostra visuale e poi ritornò finalmente al controllo della propria schedina e, dopo aver verificato un paio di volte la sequenza della colonna esposta e la esatta corrispondenza dei risultati <> disse sempre in dialetto, <>.

La notizia fece scalpore e tutti a voler vedere, increduli; qualcuno addirittura cercava anche di toccare, ma il distinto signore si ritraeva e permetteva solo una verifica a vista, tenendo la schedina ben stretta e con molta decisione, ma con un sorrisone grande grande e gli occhi che luccicavano di soddisfazione. Qualche invidioso si lasciò andare a commenti poco edificanti, ma il signore gli chiuse la bocca dicendo che, a fare del bene non ci si pente mai e spesso c'è un ritorno anche su questa terra. E i fatti non gli davano certo torto, e la dimostrazione era lì, sotto gli occhi di tutti: la sostanziosa carità che aveva appena fatto all'ubriaco.
Fra l'altro il signore teneva ad evidenziare la sua opera buona fresca fresca, soprattutto per giustificare che era rimasto senza una lira e quindi non poteva festeggiare degnamente l'avvenimento, offrendo da bere a tutti gli astanti, come invece per quell'occasione la buona creanza avrebbe insegnato. Anche il barista era uscito per vedere da vicino e per congratularsi con il vincitore, si era anche lasciato scappare un <>; era un tentativo di bassa lega che, però, non ebbe successo. Tutti a dire che quella vincita avrebbe fruttato una bella somma, forse anche un milione. La gente attorno, oltre che essere espertissima di calcio, era anche in grado di stimare il potenziale di quella schedina, difficilissima per via di un paio di risultati balordi. Infatti lì nessuno avesse azzeccato più di sei o sette partite.
Il distinto signore, dopo aver ricevuto strette di mano, pacche sulle spalle, auguri, felicitazioni e quant'altro si usi in circostanze del genere (almeno immagino, poiché non ebbi più occasione di vedere un prescelto dalla sorte così da vicino) senza lasciarsi scappare la benché minima promessa, alla fine, per tagliar corto e tornarsene a casa, rimandò il brindisi alla settimana successiva, dopo la verifica della esatta consistenza della vincita. Lui, però, per prudenza, stimava, nel migliore dei casi, un importo di venti o trentamila lire italiane. Mi colpì l'aggettivo che associò al sostantivo "lire".

Il signore si allontanò. La gente, quando se ne fu andato, continuò per un po' a discutere della fortuna toccata a quel tale, che sicuramente non ne avrebbe avuto bisogno; altri invece sarebbero stati ben più meritevoli; però la giustizia non era di questo mondo ed anche questo caso ne era la ennesima conferma. Nessuno che sciupasse un << sono contento per lui!>> che, a pensarci bene, ormai, non sarebbe costato proprio nulla, non avrebbe modificato per niente i risultati ed avrebbe dato l'impressione di saper accettare le scelte ingiuste del destino con un pizzico di superiorità e con il sorriso sulle labbra.
Poi, lentamente, il fermento per quella vincita scemò e la gente riprese a discutere di calcio, ma proprio senza entusiasmo, come se il calcio li avesse delusi o, addirittura, traditi. Finché nessuno vince, non ci sono problemi, tutto rimane su un piano di quasi parità: chi fa un nove non è tanto più furbo di chi azzecca un sette! però un dodici è un'altra cosa! Lì la differenza si sente, eccome, e la faccenda disturba!

Qualche settimana più tardi mio padre raccontò di aver letto sul giornale di un imbroglione che, fingendosi ubriaco, riusciva a sbolognare a qualche allocco, che puntualmente abboccava, una schedina vincente (naturalmente falsa). A tutti si raccomandava di diffidare degli sconosciuti, perché quel delinquente era ancora a piede libero. Grazie a Dio!

 

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