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La pianta della felicità. - Giampiero Iezzi

 
 

I miniracconti di Giampiero Iezzi: La pianta della felicità.

 
Giampiero Iezzi

ID Autore: 2282
ID Testo: 7358

Testo online da giovedì 14 marzo 2013

Ultima modifica del giovedì 14 marzo 2013
Scritto nel 2013

 

La pianta della felicità.

La vita è il commento tangibile dell'esistenza. Signore, tu la pianti qui con queste due parole, ma, così è la vita! Per tutti uguale come quella che scorre sulla terra senza tempo virtuale con l'anima sofferente pensando di farla attecchire bella è, fragile, breve come quella della farfalla. La fertile umanità in questo mondo fatale voluto da Dio innaffiato con lacrime di pianto umano nell'era moderna nasce ricca per fare si consuma nell'amare poi amara, senza un perché, muore come la pianta della felicità. Lo riconosco! Nel silenzio anch'io sofferente non son d'acciaio ma, non si lima il ferro con la raspa dai e dai il pianto a gocce corrode le emozioni come ematomi allarga nel dolore le loro demolizioni ed io... giù con la mente a scrivere brani coatti nella rabbia, per scaricare al cielo le mie maledizioni... Altro non posso fare ooh Dio come posso sopravvivere? Anche se, non apprezzo il mio carattere intristito da quel muro intonacato che divide e separa, le disturbate affezioni interiori della mia famiglia. Malcapito sei, iezzi il più fregato parkinsoniano disgraziato d'un giampiero! Umiliato e malcapitato. Con costanza chiedo da 14 anni al buon Dio, magnanimo verso i suoi figli, pregando! Solamente di essere ucciso... Signore, mah, non c'è proprio nessuno! Neanche un fulmine? Non ti chiedo poi molto a te che puoi tutto, io non cerco miracoli! Per la felicità di tutti ti chiedo di fermarmi prima che la malattia di parkinson massacri il cervello usandomi per fare scempio del focolare domestico già in cenere, uccidendo i membri della mia famiglia. Umile la famiglia mia, da molti anni è rovinata, nei rapporti intimi si regge a malapena con moglie e figli adulti, che ancora raschiano odio, a ragione non sò, con l'antica ira salata estrae il dolore a sangue sulla carne... di chi al comune del paese risulta all'anagrafe capo d'una strana famiglia distrutta nel morale, tutta consumata... Con in volto sono una gentil maschera carnascialesca nel pianto addolorata pedina alla mercè interiore della Lei... dama non per compagnia d'un gioco sazio, delle sue terribili continue carnevalate, rinnovando le ferite aperte dei miei guai.

 
 

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