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Mia nonna mi raccontava... - Ornella Bianchini

 

I miniracconti di Ornella Bianchini: Mia nonna mi raccontava...

 
Ornella Bianchini

ID Autore: 2183
ID Testo: 4328

Testo online da sabato 3 luglio 2010
Ultima modifica del sabato 3 luglio 2010
Scritto nel 2010

 

Mia nonna mi raccontava...

Mia nonna, quando era giovane, abitava nella frazione di un piccolo paese di montagna. Quel borgo, lei lo chiamava così, era separato da un torrente; perciò alcuni abitanti stavano di qua e altri al di là del piccolo fiume. A quel tempo le donne non avevano molte possibilità di lavoro, le più fortunate potevano imparare a fare le sarte, ma per la maggior parte di loro c'era il lavoro dei campi.
Proprio una signora amica della mamma di mia nonna, che abitava dalla parte opposta del torrente, lavorava con suo marito tutto il santo giorno in quei campi.
Avevano due figlie, una bambina di 8 anni e una neonata di pochi mesi. Inutile spiegare che la più grande non andava quasi mai a scuola, (come succede ancora oggi per i bambini che vivono nei paesi sottosviluppati) un po' per la povertà, ma anche perché si doveva occupare della casa e della sorellina più piccola.
Quest'ultima, come era in uso fare un tempo, veniva lasciata nella culla o nel letto tutta fasciata, con il rischio di soffocare ogni volta che la sorella le dava il latte con il biberon. La piccina piangeva parecchio, quasi tutto il giorno, e la sorellina non riusciva mai a farla stare tranquilla.
Si lamentava di questo quasi ogni giorno con la mamma, che cercava di spiegarle che la sorella era molto piccola e che non si poteva fare più di tanto. Vista però l'insistenza della figlia alle solite raccomandazioni aggiungeva spesso questa battuta: "Vabbè.. vabbè, cosa vuoi fare allora? Tagliale la lingua...". La mamma lo diceva ingenuamente per farle capire che non le si poteva certo tappare la bocca.
Ogni volta, prima di andare a lavoro, le spiegava che quando alla sorellina aveva dato da mangiare e l'aveva cambiata non doveva far caso a quel pianto più di tanto. I giorni trascorrevano così, e la bimba più grande era sempre più stanca della piccina e immensamente sofferente per quel suo continuo lamento. I genitori quando tornavano non avevano nemmeno il tempo di accorgersene, arrivavano sempre a casa stanchissimi.
Un giorno la bambina, più esasperata del solito si ricordò di quella frase che spesso la madre le ripeteva e corse nella cascina dove il papà teneva degli attrezzi, trovò una grossa forbice che suo padre usava di solito per sistemare i rami del vigneto. La prese, tornò in casa, e salì le scale... si avvicinò al letto dove stava la sorellina e senza esitare le afferrò la lingua e gliela tagliò di netto.
La neonata morì in pochi minuti... lei lavò le forbici e le ripose al loro posto, tranquilla se ne tornò in cucina a preparare la cena.
Quando la sera i genitori tornarono, la trovarono più serena del solito e la mamma glielo fece notare. Lei rispose così: "Adesso non piange più... ho fatto quello che mi avevi detto, le ho tagliato la lingua!". La donna corse di sopra e trovo la piccina in un mare di sangue senza vita, il pezzo di lingua era lì... vicino al letto.
Inutile spiegare e raccontare le grida... la disperazione... accorse tutto il paese e fra tutte quelle persone c'era anche mia nonna, a quel tempo adolescente, con il resto della famiglia.
Dopo qualche giorno furono celebrati i funerali, per quel triste evento gli uomini del paese, costruirono in fretta e furia, un piccolo e provvisorio ponte perché la gente che stava dall'altro lato del fiumiciattolo potesse partecipare.
La nonna mi raccontò, che la madre della neonata era come impazzita... e dopo alcuni mesi il marito non potendola più tenere a casa fu costretto a farla ricoverare in un manicomio di una città, la più vicina al paese. In quegli anni così lontani dai nostri non esistevano le strutture e le cure di adesso. La donna morì pochi mesi dopo.
Intanto gli anni passarono e la bambina crescendo aveva sempre di più la consapevolezza di ciò che aveva fatto; il padre pur dovendo andare avanti, non se la passava certo bene.
Una sera tornato dal lavoro non trovò la figlia in casa... né la cena preparata... la cercò anche nel piano superiore perché spesso si sdraiava nel letto dove era morta la sorellina, ma quella sera non era nemmeno lì. Ebbe come un presentimento, e di corsa raggiunse la vecchia e fatiscente cascina degli attrezzi: la figlia di soli sedici anni era sdraiata a terra in un lago di sangue... per lui era come rivedere la scena di alcuni anni prima.
La ragazza con quelle stesse forbici si era tagliata la gola, probabilmente ad un certo punto il peso di ciò che aveva fatto era per lei diventato insopportabile.
Per la seconda volta tutto il paese si strinse accanto a quell'uomo, che però fu trovato qualche mese dopo morto in uno dei campi in cui lavorava...

Commento al testo dell'autore Ornella Bianchini:

Nei suoi ultimi anni di vita, la mia nonna materna, era costretta da una malattia piuttosto invasiva agli occhi a passare parte del suo tempo seduta sul divano... poiché quella malattia l'aveva resa completamente cieca. Quando andavo a trovarla mi raccontava spesso storie o fatti realmente accaduti, che erano avvenuti nel corso della sua vita.
È proprio su uno di questi fatti che si basa questo mio racconto...

 

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