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La differenza - Antonio Pelizzari

 

I miniracconti di Antonio Pelizzari: La differenza

 
Antonio Pelizzari

ID Autore: 38
ID Testo: 4211

Testo online da venerdì 4 giugno 2010
Ultima modifica del venerdì 4 giugno 2010
Scritto nel 2000

 

La differenza

Erano gli ultimi sgoccioli della seconda guerra mondiale; all'epoca ero un bambino, però alcuni flash mi sono rimasti, nitidi come appena accaduti.

Di fronte a casa la strada privata ed il giardino pubblico, dietro un orto, con alberi da frutto, una bella vite e diverse aiole coltivate ad ortaggi. Durante la guerra certe disponibilità erano veri e propri privilegi e già all'inizio della primavera si cominciavano a fare i primi raccolti.
Mia zia si era riservata un paio di aiole per rose e gigli e mio nonno disapprovava sostenendo che "i fiori non si mangiano!". Una frase del genere sembra detta da persona arida; non dimentichiamo, però, che a quei tempi tutto era tesserato e razionato, spesso si barattavano i bollini delle sigarette con un chilo di farina o di riso. Però nessuno, che mi ricordi, era disposto a scambiare roba da mangiare con un mazzo di fiori.

In fondo al cortile, sotto la vite la conigliera; tra i bassi comodi, la legnaia, il pollaio, la porcilaia e un magazzino. Conigli e polli si alternavano nella pentola della nonna, mentre il maiale durava fin verso Natale.

Le giornate, almeno per noi bambini, non erano poi così male, anche se c'era la guerra: si giocava quasi tutto il giorno, con qualche interruzione per correre in rifugio assieme agli adulti, quando suonava l'allarme.
Mia madre era in perenne apprensione e spesso scaricava il suo nervosismo allungando a noi bambini, che credevamo che anche quello fosse un gioco, un paio di sberle per farci scendere con ordine ed il più velocemente possibile.

E così, tra una discussione, una corsa in rifugio, l'attesa del passaggio del postino (mio padre era prigioniero), i giochi con i bambini dei vicini, passavano le giornate.

Un pomeriggio, ormai verso l'imbrunire, suonarono alla porta. Si presentò una dozzina di tedeschi, i quali ci chiesero il permesso di pernottare nel nostro orto. La nostra risposta era scontata: li facemmo entrare dal cancello del cortile e quelli si accomodarono alla bell'e meglio, con le loro coperte e con gli zaini gonfi. Venne indicato loro l'accesso al servizio igienico e mettemmo a disposizione un secchio per tirar l'acqua dal pozzo. Poi ci sprangammo in casa. Nessuno degli adulti era felice della faccenda: sembrava si trattasse di un gruppetto di militari allo sbando che risalivano la penisola, per tentare di attraversare il Po dove c'era un ponte di barconi. Era il momento della ritirata e quasi ogni giorno si vedevano tedeschi passare, diretti a nord, a piedi o con mezzi di fortuna. Un po' tutti male in arnese, ma sempre equipaggiati almeno di moschetto. E la cosa faceva sempre una certa impressione.
Mio nonno era particolarmente preoccupato: in magazzino tenevamo nascosta, sotto un mucchio di fascine, la Balilla di un medico che l'aveva parcheggiata lì da noi per evitare che qualche zelante funzionario gliela requisisse. In sostanza anche allora si davano casi di interessi privati in atti d'ufficio. E la guerra ed il caos che regnava comportavano una certa difficoltà a sostenere i propri diritti ed il rispetto delle regole.
Di fatto, però, mio nonno temeva che un controllo, anche sommario, potesse far venire a galla la faccenda e di conseguenza, nella migliore delle ipotesi, avrebbe potuto andare incontro a qualche inconveniente e quel medico, se espropriato in maniera non ufficiale, avrebbe potuto nutrire legittimi dubbi sulla effettiva fine della sua autovettura. E fu allora che sentii mio nonno dire che, a fare i piaceri, nel migliore dei casi, si riesce a fare una patta. La frase mi restò impressa ed ancora oggi, a distanza di tanti anni, ho spesso modo di verificare quanto fosse saggia ed azzeccata quella affermazione.
In casa, insomma, l'incursione di quei soldati, per quanto sino a quel momento pacifica, destò non poche apprensioni, tanto che si arrivò a tenere la luce spenta ed a parlare sottovoce e rigorosamente in dialetto. Salvo noi bambini che, per certi aspetti, costituivamo il pericolo maggiore: non ci avremmo messo nulla a riferire quel che invece non si doveva raccontare. Cose del genere erano già successe, senza che ci rendessimo conto della loro potenziale gravità.
Tuttavia la notte passò e l'indomani, nell'orto, non vi era più alcuna traccia di quei poveretti: se n'erano andati in maniera molto civile, forse all'alba, senza recarci alcun danno. La nonna, con la sua inconfondibile calata toscana, si meravigliò molto per il comportamento correttissimo, ma inatteso, di quei poveri figlioli.

Dopo quattro, cinque giorni capitarono nuove visite: si trattava ancora di militari, ma questa volta erano neri, alti fino allo stipite dell'ingresso e anziché l'elmetto, avevano un basco nero in testa, con una cocca di nastro rosso. Indossavano la tuta mimetica.
Parlò uno solo di loro, mentre altri due si mettevano quasi sull'attenti, ciascuno ad un lato della porta, con tanto di fucilone a tracolla.
Il tizio disse che dovevano entrare nell'orto. Anche qui fummo solleciti nel permetterlo, senza chiedere nulla. Ma credo che un nostro eventuale rifiuto non avrebbe spostato di una virgola la loro decisione.
Poco dopo capimmo: davanti a casa avevano parcheggiato un carro armato ed a loro interessavano gli alberi dell'orto. Dai due susini più grandi tagliarono alcuni grossi rami e li fissarono sopra il carro armato. Si trattava di una precauzione che, in un certo senso, ci fece pure piacere, data la vicinanza del mezzo a casa nostra; però mio nonno si dispiacque moltissimo per i due alberi mutilati, domandandosi, tra l'altro, perché mai quei soldati non avessero tagliato i rami dalle piante del giardinetto pubblico che avevamo proprio davanti. Ma la domanda era rivolta a noi che stavamo in casa, mentre la risposta avrebbero potuta dargliela solo quelli che stavano di fuori.
Quei soldatoni di colore, mi pare fossero neozelandesi, facevano ancora più paura dei tedeschi. Per noi bambini quella era la prima volta che avevamo a che fare con militari neri, cosa che ci metteva in soggezione anche se uno di loro ci allungò una cioccolata e cercò di sorriderci.
Il contrasto di quei denti bianchissimi su quei volto d'ebano ci procurava sensazione di disagio e timore: erano soldati molto diversi da quelli che avevamo incontrato fino a quel momento ed i bambini temono istintivamente quanto esce dalla normalità.
Questi militari rimasero alcuni giorni; ci requisirono una stanza al pian terreno, che venne occupata da tre di loro, mentre due si alternavano davanti alla porta di casa, giorno e notte. Gli altri si erano accomodati, con due tende, nell'orto. Avevano ricavato due spiazzi dove c'erano le zucche e le fave, ma i miei nonni facevano finta di niente. Però era soltanto finta e mio nonno, in particolare, sfogava il suo disappunto in cucina, prendendosela anche con chi, di fatto, non c'entrava per nulla.
Noi bambini venivamo trattenuti a fatica in casa, ma sempre convinti a suon di sberle.
Quando i militari se ne andarono, mio nonno si fece forza e rivangò quelle aiole calpestate; recuperò i rami dei due susini mutilati e li segò in pezzi, buoni per la stufa.
La cosa, tutto sommato, fu abbastanza indolore, anche se mia nonna, a più riprese, faceva confronti di comportamento (di educazione, diceva lei) tra i tedeschi in fuga e quelli, apparentemente più prepotenti, arrivati di fresco al loro posto.

Passarono tre, forse quattro settimane. Un bel mattino arrivò un gruppo di italiani, con muli, armi, barbe lunghe, qualche cappello da alpino, ma nessuno vestito da soldato.
Si sistemarono nel giardino davanti a casa e, senza avvertirci e senza chiedere permesso, tagliarono la rete di recinzione dell'orto, vi entrarono, raccolsero tutta la frutta disponibile, anche quella ancora acerba, la verdura pronta ed i quattro conigli chiusi in gabbia.
Dopo qualche ora se ne andarono. Qualcuno, ricordo, li battezzò partigiani di pianura e solo molto più tardi capii il significato di quella strana definizione.

A mia nonna tutta la faccenda non andò mai più giù e per diversi anni ancora, ricordando quell'episodio, si arrabbiava come se le fosse capitato quel giorno stesso e si dilungava, facendo i debiti confronti, a sottolineare le differenze dei tre casi. E nessuno è mai più riuscito a farle digerire quelle diversità di comportamento. Per quanto cercassi di giustificare l'esempio meno eroico della gente nostrana: tutto sommato, sostenevo, è sempre possibile assolvere chi agisce in stato di grande necessità, ed azzardavo che quei tizi avrebbero potuto prendersi anche le galline ed il maiale e che, quindi, non era andata poi così male. Ma a questo punto mia nonna, per dimostrare la loro malafede, tirava fuori il taglio della rete, che era stata per lei la cosa peggiore. Qui io non ero più in grado di sostenere la difesa d'ufficio di quei tizi e per non sembrare il solito bastian contrario, cercavo di cambiare discorso. Ma, assieme al taglio della rete, mia nonna tirava fuori anche tutto il suo temperamento, tutto il suo carattere di toscana doc che pur vivendo dalle nostre parti ormai da oltre quarant'anni, non era affatto sopito e la cosa si trasformava sistematicamente in una violenta filippica contro il malcostume, contro l'arroganza e, soprattutto, contro la disonestà e concludeva con un "me lo scorderò quando il mi' naso metterà l'unghia!".

 

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