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Un amico per caso - Antonio Pelizzari

 

I miniracconti di Antonio Pelizzari: Un amico per caso

 
Antonio Pelizzari

ID Autore: 38
ID Testo: 4124

Testo online da domenica 9 maggio 2010
Ultima modifica del domenica 9 maggio 2010
Scritto nel 1999

 

Un amico per caso

A dire il vero Stefano, più che un amico, è stato un conoscente.
Lo conobbi per caso, circa trent'anni fa. All'epoca lavoravo in Germania, presso la casa madre della mia Ditta.

Lui, un collega, era salito a Monaco per un corso di due settimane.
Sbarcato a Riem una domenica sera, con il complesso del latin lover, passeggiando in Marienplatz, si era imbattuto in una avvenente ventenne che gli aveva chiesto informazioni per raggiungere un certo posto. E Stefano, attrezzatissimo di Stadtplan che gli fuoriusciva dalla tasca della giacca, si fece un dovere di rendersi utile. Anzi, non gli parve vero. Era molto facile, anche per chi non avesse l'occhio esperto, classificarlo per quello che effettivamente era: moro, riccio, con due baffoni di un nero corvino, carnagione olivastra e non altissimo, quindi impossibile scambiarlo per un discendente di Sigfrido.

La ragazza gli fece capire di cercare una certa via e lui, un po' per la sua naturale inclinazione ad aiutare il prossimo, in particolare quello attrezzato di un bel paio di gambe, un po' inorgoglito dal fatto di essere stato scelto fra le decine di persone che in quel momento stavano passando, si fece in quattro per indicare la strada alla signorina; anzi, non avendo impegni per la sera, si offerse di farle da guida e la giovine accettò di buon grado i servigi del suo occasionale cavaliere.

La via cercata dalla ragazza era abbastanza fuori mano ed il buon Stefano, armato di Stadtplan, aveva fatto il punto, aveva studiato il percorso ottimale e si era avviato con passo sicuro verso la lontana meta, affiancato dalla bella tedescona, che lo sovrastava, per come mi raccontò, di una buona spanna.
In un momento di euforia era stato tentato di prendere un taxi, ma subito si rese conto che non sarebbe stata una gran furbata: col taxi si sarebbe sbrigato al massimo in un quarto d'ora, mentre a piedi la cosa sarebbe durata un bel po' di più e quindi, magari per un insperato colpo di fortuna, avrebbe anche potuto succedere di tutto.
Ed infatti la fortuna, dopo circa mezzo chilometro di strada, lo fece passare davanti ad un bel localino con pochi tavoli, luce tenue e soffusa, candele e tende di velluto da tutte le parti.

Stefano prese al volo l'occasione; dovette insistere per convincere la walkiria a fargli compagnia, ma alla fine entrarono, sedettero ad un tavolino d'angolo e la cameriera si precipitò ad accendere la candela di pertinenza e prese la prima ordinazione: due birre. E così i due cominciarono a fraternizzare. Gli argomenti non potevano essere molto vari, visto che lui era a zero con il tedesco, mentre la bionda sembra avesse confidenza solo con il dialetto bavarese.
Però la cordialità e la simpatia, l'atmosfera vigliacca e la complicità della snaps, la grappa che si usa bere dopo una buona birra, aiutano a fraternizzare.
Se poi alla snaps segue un'altra birra, che si trascina dietro un'altra snaps ancora per diversi giri, finisce inevitabilmente che la fraternizzazione diventi confidenza che, per via del clima e dell'ambiente, passa dal timido tentativo alla avance quasi sfacciata, però sempre smorzata con cortese fermezza dalla bella tedesca, se pur con riflessi via via più tardivi e con evidente, palpabile decrescente convinzione. E tra una birra ed una snaps, qualche occhiata assassina, molti sorrisi e qualche carezza rubacchiata, i due trascorsero una bella serata, che però si concluse senza l'acuto finale.

Il verso, invece dell'acuto, lo fece Stefano quando gli presentarono il conto: 1200 marchi. Ma l'alcool che aveva buttato giù, l'euforia che lo aveva preso, la poca dimestichezza con il cambio e, soprattutto, la promettente presenza della ragazza, gli avevano attutito il colpo. Inoltre la promessa della giovine per un nuovo incontro all'indomani gli avevano fatto vedere il diavolo meno brutto di quanto non fosse in realtà. Ingoiato il rospo, aveva pagato con signorilità ed erano usciti. Lei adesso aveva fretta, ormai conosceva la strada e, per quella sera, la compagnia si sciolse.

L'indomani Stefano, smaltito l'alcool, fatta la conversione da marchi a lire con carta e penna, si rese conto che si era bevuto più di un mese di stipendio. È vero che la compagnia era stata piacevole, ma un mese di stipendio era una gran brutta faccenda.
La cosa lo mise in grande agitazione, convintissimo che la cameriera del locale lo avesse imbrogliato approfittando del suo stato di grazia.

Fu così che lo conobbi: aveva avuto il mio nome dall'ufficio del personale italiano, come riferimento in caso di necessità, visto che io ero lì in pianta stabile.
Aveva un diavolo per capello, mi contattò telefonicamente, mi accennò a problemi di quattrini e ci incontrammo nel secondo pomeriggio. Mi raccontò tutta la vicenda e mi chiese di accompagnarlo alla Polizia per denunciare la truffa subita e tentare, quanto meno, di recuperare i suoi soldi.

Era la prima volta che metteva piede sul suolo tedesco e si lasciò andare a considerazioni del tutto generali sulla dubbia onestà di un popolo che, invece, a quanto si diceva, era un universale esempio di efficienza e di correttezza. Gli ricordai che non poteva fare di ogni erba un fascio, ma non riuscii a convincerlo.

Alla Polizia raccontai la faccenda dei 1200 marchi, detti il nome del locale e del mio sprovveduto collega, feci il riassunto delle sue consumazioni, sostenendo che Stefano riteneva assurda la cifra estortagli e chiesi come si potesse formulare una denuncia: pur vivendo in Germania ormai da alcuni anni, non ero per niente pratico di cose del genere.

Il poliziotto mi ascoltò con attenzione ed alla fine, serio, mi disse esattamente: "la Germania è un Paese libero, dove un bicchiere di latte può costare 5 Pfennig o 1000 marchi, a seconda del locale. Il suo collega è entrato in uno del seconto tipo, però i prezzi sono esposti all'ingresso e quindi chi entra conosce già il rischio che corre. Mi spiace. Gli dica di stare più attento la prossima volta. La Germania è piena di belle donne che, per un migliaio di marchi, si possono innamorare perdutamente di chiunque, per una sera!". Quindi ci salutò.

Tradussi a Stefano tutto, tranne la faccenda delle belle donne: in quel momento mi sembrava ingeneroso aggiungere al suo dispiacere per i quattrini persi la delusione per un'avventura che non lo era affatto.
Per la verità avevo già subodorato la faccenda quando mi mostrò sullo Stadtplan il percorso seguito: avevo notato che la via dove si trovava il locale sarebbe stato un passaggio obbligato anche scegliendo un itinerario diverso.
La conferma definitiva mi venne dallo stesso Stefano, che da quel giorno cominciò a frequentarmi e mi raccontò i dettagli della sua mezza avventura, rammaricandosi poi del fatto di non essere più riuscito ad incontrare la walkiria. Ed era un vero peccato perché, oltre ad essere veramente bella, sembrava proprio che ci sarebbe stata!

L'uso del condizionale gli lasciava la bocca amara. Un po' alla volta, credo che anche Stefano sia arrivato a mettere in relazione il conto supersalato e la apparente disponibilità della bionda. Però non ne fece mai aperto cenno; smise semplicemente di parlarne.
Rimase in Germania ancora un paio di settimane e la sera andavamo assieme a cena in un locale dove, con una quindicina di marchi, si poteva mangiare un ottimo stinco e bere un boccale di birra alla spina. Però senza bionde!

 

I Commenti dei lettori al miniracconto di Antonio Pelizzari: Un amico per caso

Antonino Fleres

ID Autore: 1

Antonino Fleres
Data commento: lunedì 10 maggio 2010 - Provincia: Torino - ID: 1255

Verrebbe da dire: "Chi dice donna dice danno..." ma come suggerisce Antonio a Stefano (amico per caso) durante lo sfogo di quest'ultimo, non possiamo (e aggiungo io: non volgiamo) fare di ogni erba un fascio.
Un racconto simpaticissimo (oltre che piacevole e scorrevole - come ormai ci hai abituati).
Un saluto!

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