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La seconda coscia di pollo - Antonino Fleres

 
 

I miniracconti di Antonino Fleres: La seconda coscia di pollo

 
Antonino Fleres

ID Autore: 1
ID Testo: 8780

Dedica: A tutte le persone che vengono invitate a cena e poi vemgono buttate fuori giusto quando iniziano la seconda coscia di pollo...

Testo online da domenica 10 dicembre 2017
Scritto nel 2017

 

La seconda coscia di pollo

Commento all'immagine dell'autore Antonino Fleres:

Altro che ribassi, possiamo anche scriverlo in tutte le lingue, ma in questa storia mi sa che abbiamo quasi quasi toccato il fondo...

La seconda coscia di pollo

Mi ostino a cercare un’attenuante: forse siamo tutti vittime della nostra ignoranza? Della nostra (mal)educazione? Del tempo? Del Luogo? Della Società (e dei rispettivi usi e costumi)?
Alla fine si tratta di dispettucci, come quelli che fanno i bambini nei loro primissimi anni di vita; ma quando i bambini superano i dodici anni, i dispettucci cambiano nome: diventano vendette. E se condisci il tutto con quel po’ di fibra muscolare, debolezza interiore e bestialità primitiva, la vendetta può degenerare (o evolvere) in aggressione violenta.
Ma tant’è che alla fine, ognuno sarebbe pur libero di cambiare, di redimere, se solo lo volesse e se il proprio coraggio lo permettesse (quando esistesse (il coraggio)).
-*-*-*-*-*-
“Vali meno di niente; sei un uomo di niente, un mafiosetto di serie zeta.
Vorrei aggiungere, alla lista delle tue qualità, se permetti, anche maleducato e sbruffone.
Mi inviti a casa tua (non accendi nemmeno la luce in corridoio), mi offendi con la tua aggressività, mi punti il dito addosso, alzi le mani su mia moglie…
Sei un vigliacchetto twice: primo perché hai toccato una donna, secondo perché quella donna è tua sorella.
Il tutto davanti agli occhi di tua madre e di tuo figlio (oltre che a quelli miei e di mio figlio).
Sono pentito di averti voluto bene e di avervi voluto bene (tu e tua moglie - bambini esclusi ovviamente).
La prossima volta che toccherai mia moglie, se non ti denuncerà lei ti denuncerò io, anzi, appena arrivo a casa vado a denunciarti.”.
-*-*-*-*-*-
Domenica di mezzo autunno (19/11/2017).
Vasi di rami secchi sul balcone.
Iniziavo in quel momento lo sgranocchìo della seconda coscia di pollo. Pollo al forno, con molto olio cotto (di chissà che semi), che sì, da sapore, ma nasconde i difetti e, alla lunga, regala un sentimento di leggera insofferenza al palato (anche a quello non sopraffino qual è il mio).
Affondavo delicatamente i denti nella carne tenera ed intanto udivo i toni delle voci alzarsi, tanto che dismisi l’azzanno e chiesi alla platea dei commensali (totalmente incurante di me): “Ma che succede?”
Succedeva che, alle accuse verbali, tanto puerili quanto stupide e diffamatorie, ne conseguivano voci squillanti, concitate e amare; e la calma non fu che un ricordo, e le persone cominciarono ad abbandonare la posizione da seduti…
Aloisia, mia cognata (moglie del fratello di mia moglie), accusava Sandra, mia moglie, di aver impedito alla suocera (la mamma di mia moglie) di trascorrere l’estate da lei per accudire il bambino, dato che lei, Aloisia, avendo appena trovato un nuovo lavoro (part-time), non avrebbe avuto molto tempo per districarsi in tale attività.
Sandra, mia moglie, ribatteva, alzando i toni, che non si doveva permettere di lanciare tali accuse e che perciò era in malafede e, soprattutto era irriconoscente, perché, negli ultimi anni, erano tante le cose che Sandra aveva fatto per lei, per loro.
In verità, io so che questa accusa è veramente campata in aria. Addirittura Sandra, mia moglie, avrebbe pagato lei il volo alla madre (che abita a 1.000 km da qui), qualora avesse deciso di trascorrere la famosa estate con la nuora (ed il figlio ed il nipote), ma la madre non decise così; altri impegni, altre faccende, altri affari imponevano la sua presenza là, al suo domicilio; un viaggio ed un’assenza così prolungata era impensabile, insostenibile…
So anche che mia suocera (Angela, questo è il suo nome) prese questa decisione non certo a cuor leggero e con non poca sofferenza, avendo ben compreso la difficoltà che in quel periodo attraversava la quotidianità della nuora (e quindi del figlio e del nipote).
Ma che c’entra Sandra?
Temo che Aloisia non abbia mai capito Sandra e l’abbia sempre vista, essendo Aloisia dieci anni più giovane, come la classica sorella maggiore che dalla vita (e dai genitori) ha sempre avuto tutto mentre lei no, al contrario, lei non ha mai avuto un bel niente.
Soliti comuni sentimenti generati da quel pizzico di invidia che, chi più chi meno, accetta e tollera nel proprio animo.
A volte però, la tolleranza a tale sentimento rompe gli argini e, al pari delle piene alluvionali, ci si ritrova rossi di rabbia e colmi d’odio.
Ed ecco che, per Aloisia, Sandra diventa magicamente l’artefice di una macchinosa congiura; un diabolico piano che nega ad Aloisia l’aiuto sacrosanto di una suocera sottomessa, manipolata e priva di personalità propria.
Ma torniamo al tono di voce che da bisbiglio diventa tuono: ecco entrare in platea il maschio: si fa scuro in volto, imburbera lo sguardo, alza il dito e avverte: guai a chiunque osasse professar parola a lui non conforme (e soprattutto con toni non conformi): toccato nella spalla dal dorso della spada, si traveste da dio onnipotente e da quel momento ha il potere ed il permesso del suo dio. In due parole: entra in scena il mafioso (ovvero Gianni, marito di Aloisia, fratello di Sandra).
Gianni, anziché cercare di placare gli animi delle due donne, interviene minaccioso esclusivamente contro mia moglie… un vero eroe epico…
Ce ne andiamo, ma al maschio non va bene: con il potere ed il permesso conferitogli da dio in persona, blocca la porta (sequestro di persona), pretende chiarimenti, non accetta parole a lui ostili, minaccia.
A nulla serve la mia interposizione.
Con fatica guadagniamo l’auto, ma di nuovo irrompe dall’alto della sua magnificenza e finalmente, non appena ode la parola non gradita (qualunque essa sia) che lo fa sentire sub umano (altro che dio), scatta la mano violenta che cade sulla sorella la quale si trova a sbatter la testa sul tettuccio dell’auto lì parcheggiata.
Che schifo… Gianni, il pezzo di sterco di toro…
Finalmente ce ne andiamo (evitando ulteriori “tragedie greche”).
Sandra non vuole denunciare il fratello, lo fa per il nipotino, dice.
E per finire: lo strazio dei singhiozzi di sua madre.
-*-*-*-*-*-
Ripensando, a mente fredda, il giorno dopo cerco di riordinare le idee ed assemblo alcune bozze di ipotesi basate su indizi, fatti, intuizioni:
Di sicuro, a parte cocci di cultura mafiosa seppur dilettantistica, avverto spicchi di malafede. Un invito a pranzo, quando il dente è così avvelenato, è quantomeno strano…
Appena arrivati, i saluti freddi o addirittura esenti…
Facce serie talvolta scure, battute tanto rade quanto glaciali, non barlumi della classica atmosfera del dì di festa…
Gatta ci cova.
Tranello? Inganno? Imboscata?
Poveri ignoranti, il loro credo, il loro codice d’onore (confuso e a senso unico), imponeva di dare a noi una lezione corporale (…chissà perché; ma vedo soprattutto la faccia di lei nel ruolo di istigatrice – lui lo vedo meglio nel ruolo del fluido manipolato).
Non mi sento di odiarli sebbene lo sdegno non si plachi ma se non dimostreranno mai un sincero e reale pentimento, non mai potrò ripensare a loro come persone amiche…
-*-*-*-*-*-
Terzo giorno: pronto soccorso.
Una giornata di devastante attesa tra l’apparente lassismo di chi dentro il pronto soccorso ci lavora e la reale caotica disorganizzazione dovuta principalmente alle assurde regole e leggi che ogni governo promette di cambiare e, puntualmente, lascia tutto com’è… (in realtà cambiano sempre le carte in tavola, ma le carte sono sempre le stesse… dovrebbero dare mandato a goolge, almeno sarebbe in grado di progettare un DB unico per tutti i pazienti d’Italia… mah…)
-*-*-*-*-*-
Ancor oggi, a distanza di mesi ormai, quando racconto questa storia qualcuno mi chiede: Ma tu perché non hai reagito allo sbotto violento con altrettanta se non maggior violenza? Ancor meglio mettendo in pratica gli insegnamenti dati dalle nobili arti del kung fu?
Beh, a dire il vero conosco il kung fu solo di nome: come molti ho visto qualche film, ma di mio ho fatto solo un corso di judo di un anno quando avevo 13 anni. L’ultima scazzottata quando ne avevo 14.
Ma secondo te, sarebbe stato saggio rischiare che qualcuno si facesse male (oltre a mia moglie che ormai era già stata colpita da suo fratello…). Avrei anche potuto colpire mio cognato il quale ovviamente avrebbe reagito e via di seguito. Le cose avrebbero potuto solo degenerare. Qualcuno sarebbe potuto scivolare, battere malamente la testa, ecc. Ripeto, le cose avrebbero potuto solo degenerare.
Invece ho avuto il sangue freddo per andare via con calma apparente.
Una denuncia penale sì, quella l’avrei fatta, anche solo per dimostrare che ognuno deve prendersi le proprie responsabilità… una denuncia che poi, volendo, può sempre essere ritirata. Ma non sono riuscito perché mia moglie pensa al futuro del nipotino e non vuole essere lei, con il rimbalzo delle sue azioni, una concausa (seppur impropria) affinché questi venga così rovinato…
Purtroppo, quando la violenza è dentro la famiglia, diventa tutto più complicato.
Non resta che cancellare persone, cose e ricordi.
Straccio tutto e butto le sfridaglie nella tazza.
Tiro la cordicella ed attendo il rutto dello sciacquone…

Commento al testo dell'autore Antonino Fleres:

Tratto da una storia (vera) letta su un quotidiano on line del cuneese dalla quale ho tratto ispirazione. Tengo a precisare che ogni riferimento a cose, case, cosce di pollo e persone è puramente casuale.

 
 

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