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Così per sempre - Ornella Bianchini

 
 

I miniracconti di Ornella Bianchini: Così per sempre

 
Ornella Bianchini

ID Autore: 2183
ID Testo: 8427

Testo online da domenica 11 settembre 2016
Scritto nel 2016

 

Così per sempre

Egli davvero desiderava voler non temere nulla dalla vita, sapeva di volerlo ma non riusciva a non aver paura, non era capace di non temere gli eventi della vita, quelli tristi e dolorosi, come quello che non troppi anni prima lo aveva colpito così duramente portandogli via il suo amore più grande, la sua amata compagna, così improvvisamente e troppo prematuramente e così velocemente da non dargli nemmeno il tempo di capire, ma forse se avessero entrambi avuto il tempo lo stesso non avrebbero capito, lo stesso non sarebbero riusciti, almeno in parte a prepararsi... anche se in realtà non si è mai prepararti alla morte per quanto sia il tempo a disposizione... non basterebbe un'intera vita per capire perché esiste la morte, figuriamoci quando essa arriva così all'improvviso e troppo presto, quando ancora c'è apparentemente tanto tempo davanti a sé e innumerevoli cose ancora da fare, da completare, da provare e sopratutto tanto amore ancora da donare.
Egli ora sentiva solo il bisogno di capire, solamente quello era importante per lui, e non riusciva a pensare ad altro, da quel tragico giorno non rincorreva altro che il poter comprendere il perché di quel doloroso evento. In realtà quello che non riusciva proprio a mettersi in testa era che avrebbe rincorso quell'ostinato voler comprendere ancora molto a lungo ma sopratutto invano. Non comprendeva che lei ovunque fosse aveva sicuramente bisogno di sentirlo rassegnato per poter vivere quel suo sonno serenamente, non capiva che doveva darsi pace, anche se era incredibilmente difficile... una sua rassegnazione e una sua pace interiori aggiunte al tempo che inesorabile gli scorreva davanti l'avrebbero, anche se solo in parte di certo aiutato.
Le persone che gli stavano accanto cercavano di aiutarlo come potevano ma per lui erano solamente tante voci fantasma, troppo rumorose dentro quel suo infinito silenzio che non faceva altro che gridare muto. Ogni tanto, quando poteva, cercava di fuggire da quel tormento, da quel dolore che non smetteva mai di consumarlo, di tenerlo a sé incatenato, prigioniero, andandosene al mare, là nonostante lo stesso pensiero rimanesse costante con lui riusciva comunque a sentirsi un po' più libero, certo non sereno ma solamente un po' meno prigioniero. L'immensità del mare gli dava l'impressione di avere grandi spazi dove poter, ogni qualvolta ne sentiva la necessità scappare e in quell'immenso azzurro rifugiarsi nascondendosi dal mondo, da tutto, dagli altri e anche da sé stesso.
Egli non amava giudicare gli altri per i loro comportamenti e di conseguenza non gli piaceva che gli altri, chiunque essi fossero, lo giudicassero, sopratutto per delle situazioni così particolari, difficili e dolorose come la sua. L'arte del giudicare, anche quando appariva doveroso, necessario o indispensabile e nel giusto modo, era qualcosa che egli non sapeva fare poiché riteneva che solo chi sta direttamente all'interno delle situazioni conosce la vera e reale motivazione per determinati comportamenti, anche se apparentemente strani e sbagliati, sopratutto per sé stessi, ma assolutamente giustificabili e perciò non giudicabili da nessuno. Avrebbe tanto desiderato che anche quelle persone a lui più vicine avessero potuto capire, senza che ogni volta egli fosse in qualche modo costretto a diventare, o più che altro ad apparire, ciò che in realtà non era. Egli era solito tenere il proprio dolore per sé,con gli altri ne parlava pochissimo o quasi per nulla, le sue dolorose e giustificate lagnanze le teneva in sé riservandole come continui e frequenti tributi che lanciava al cielo, sperando di poter avere un giorno una risposta o per lo meno un segnale che gli potesse far capire qualcosa e desse un significato, un senso per quanto assurdo a quella sua immane tragedia.
C'erano dei momenti in cui gli sembrava che le persone a lui più vicine, con quel loro volerlo consolare addirittura lo importunassero, quasi a voler ottenere qualcosa da lui, ma in realtà era solamente un'impressione dettata dalla sua immaginazione ancora anch'essa troppo carica di dolore e di rabbia verso la morte. I suoi cari, i suoi amici e le persone che gli volevano bene forse qualcosa da lui avrebbero voluto ottenerlo, magari riuscire a strappargli un sorriso dopo anni, per lui, di assoluto dolore.
In quegli anni che erano trascorsi dopo la morte della sua amata compagna anche la fede sembrava averlo abbandonato, ma in realtà era lui che se ne era lentamente allontanato, quel dispiacere così immensamente grande lo aveva accecato e non era più riuscito a vedere nient'altro che lo stesso, così spesso il parroco del paese si recava a fargli visita e attraverso le sue parole cercava di spronarlo a far ritornare in lui quel credo verso Dio che anni prima lo aveva portato davanti all'altare per unirsi in Cristo alla sua compagna, ma per lui la fede era come l'amore, doveva venire da sé e non si poteva ottenere forzatamente, nemmeno con le belle e sincere parole del suo parroco, che in quei momenti più che mai egli sentiva solo come le parole di un fantasma che non poteva avere voce... per lui erano parole vuote e mute... l'amore e la fede egli le aveva ormai perdute da troppo tempo, chissà forse non sarebbero mai più ritornate. In certi momenti sentiva di non amare nemmeno più la sua defunta compagna, tanta... troppa era anche la rabbia verso di lei perché lo aveva lasciato da solo così improvvisamente e così prematuramente, ma in realtà l'amore per lei e per il mondo non se ne era mai andato, forse era più forte ancora di prima, stava solo sotto quella coltre di cenere cupa e grigia che il tempo del dolore non aveva ancora lasciato volare via, consegnandola per sempre al vento dell'eternità. Lo stesso era per la fede e per tutte quelle altre cose che ormai da anni non faceva più o per tutte quelle parole che il fumo del dispiacere soffocava dentro di lui.
Egli da quel disgraziato giorno quasi ogni notte faceva sempre lo stesso e identico sogno, sognava che... sua moglie cavalcava uno splendido cavallo bianco che pareva accompagnarla al trotto verso di lui, la sua figura gli andava sempre più vicina fino quasi a toccarlo, ma poi una volta che lo aveva quasi sfiorato il cavallo, cambiando improvvisamente direzione la trasportava sempre più lontano da lui, fino a farla scomparire nel nulla... nel vuoto, in quegli istanti la sagoma del cavallo appariva solitaria e luminosa dentro un profondo buio e per pochi secondi, per dopo dissolversi improvvisamente dentro quello stesso buio fitto. Poi ogni volta puntualmente alla fine del sogno egli si risvegliava in preda ad un'ansia terrificante e terribili pensieri, così a quel punto non riusciva più a dormire e cominciava di nuovo a pensare solamente alla sua compagna, ricordando che lei quando era ancora viva e gli parlava spesso lo faceva solo con lo sguardo e lui le rispondeva solo guardandola. Lei non era una donna di troppe parole ma sapeva parlare tantissimo attraverso le sue espressioni, il suo volto e sopratutto i suoi occhi riuscivano a dire tanto... praticamente tutto. Entrambi avevano, tra di loro, comunicato spesso attraverso i loro sguardi, quelle loro espressioni avevano saputo dire ad entrambi più di miriadi di parole.
Egli in quel periodo cercava di lavorare il più possibile, facendo così in modo che il suo lavoro lo assorbisse il più possibile, ma nonostante le innumerevoli ore trascorse sul posto di lavoro, il pensiero di lei e quella costante paura per tutto ciò che di negativo avrebbe potuto avvenire nella sua vita non lo abbandonavano mai. D'altra parte le eccessive ore di lavoro non erano certo una medicina prescritta dal medico e non era di certo detto se gli avessero fatto bene o meno, comunque male no di certo poiché rimanere impegnati con la mente e di conseguenza con il fisico aiuta di sicuro un pochino. Quel che risultava certo era che avrebbe sicuramente avuto bisogno di uno specialista che lo potesse aiutare a superare quel lunghissimo momento di infinita sofferenza che si prolungava ormai da più di qualche anno, e che se fosse continuato ancora lo avrebbe sicuramente trascinato in una sorta di profondo baratro senza più risalita, i suoi erano i segnali chiari di una già instaurata depressione che egli si portava dentro praticamente da quel tragico e disgraziato giorno.
Ma farsi aiutare da un medico era un'altra di quelle cose che lui rifiutava categoricamente, poi lui era una persona che si fidava solamente di pochissimi, se non addirittura di nessuno, tranne che di sua moglie quando era in vita, cercava di non confidare a nessuno i suoi problemi, le sue tristezze, le sue profonde angosce, e poi era solito non farlo nemmeno con le cose belle e positive che gli potevano capitare o con quelle che gli erano capitate in passato, tenere tutto per sé era una cosa che faceva praticamente da sempre.
Una sera, anche se particolarmente fredda dato che era ormai fine novembre, si sedette fuori dalla porta, la temperatura era davvero bassissima ma il cielo era sereno e terso di tante luminose stelle, nonostante la sua fede fosse apparentemente svanita volse il suo sguardo in alto pensando di andare oltre quel cielo, ma immediatamente subito dopo lo chinò verso lo scalino dove stava seduto convincendosi che Dio forse era lassù sì... ma che probabilmente tutti i rimedi dell'uomo erano rimasti sulla terra, l'unico posto per lui dove l'essere umano non li sapeva usare, forse Dio li aveva dimenticati o magari li aveva lasciati appositamente per poter osservare dell'essere umano stesso la sua capacità di farne uso. In quegli istanti in cui il suo capo era chino quasi su sé stesso pensò che se Dio avesse nel suo giusto tempo portato con sé in cielo tutti i rimedi, allora lui probabilmente non sarebbe stato da solo perché Dio avrebbe di sicuro posto rimedio a quella tragedia evitandogli così tanta sofferenza, tanto dolore e tanta, troppa rabbia dentro che lo stava consumando, non lentamente ma parecchio velocemente. Quei suoi sentimenti, la rabbia, il dolore... l'immensa sofferenza egli li sentiva quasi come suoi peccati, inoltre provava per essi un forte senso di inferiorità, non aveva più voglia di nulla per nulla, non avvertiva più nessuna ambizione per niente, per nessuna cosa... la vita senza di lei non era più vita per lui.
Erano trascorsi già sei anni dalla tragica morte di sua moglie, lei era stata la vittima innocente nel bel mezzo di una rapina nel supermercato dove praticamente da sempre si recava per fare la spesa e dove disgraziatamente si era recata anche quel tragico pomeriggio, in quel supermercato ella ci andava addirittura ancor prima di conoscere suo marito. In quei sei anni nulla per lui era cambiato, nulla era migliorato nemmeno di un millesimo, anzi qualcosa in lui era addirittura peggiorato. Per completare il suo stato c'è da dire che i rapinatori poi non erano stati presi nemmeno tutti, solamente due dei quattro stavano in carcere per scontare la loro pena, e uno dei due che stavano fuori era proprio l'uomo che aveva sparato a sua moglie uccidendola sul colpo.
Spesso lui si chiedeva «perché», ma non trovava mai una risposta che lo potesse tranquillizzare, l'unica cosa che pensava era che nel mondo ci sono persone che uccidono altre persone senza nessun motivo e poi tante volte fregandosene si abbracciano tra di loro per la riuscita delle loro malefatte e poi fanno anche festa, pensava che probabilmente lo avrà fatto anche quell'uomo che aveva ammazzato sua moglie, e quel pensiero era per lui davvero devastante, riusciva a scavargli sia la mente che l'anima nel loro più profondo.
Così con questi contrastanti e innumerevoli pensieri erano trascorsi i mesi e gli anni e allo stesso modo continuavano a trascorrere i giorni di quel suo presente, tra un'angoscia e l'altra, una paura e l'altra, la rabbia e il dolore e tante, troppe domande senza mai una risposta, con tutta probabilità sarebbero trascorsi per lui ancora tanti altri anni, di certo fino a quando egli non sarebbe riuscito a capire che per certi eventi della vita, tristi o lieti che siano, non esistono dei perché, non ci sono e non ci saranno probabilmente mai delle risposte. La speranza per i suoi cari era quella che al più presto si fosse, anche se solo in parte rassegnato, così da poter far sentire anche la sua defunta compagna libera di poter riposare serenamente... la speranza certo era tanta, forse inconsciamente anche per lui, ma le probabilità per il momento erano davvero ancora pochissime... chissà se lo scorrere di altro tempo avesse poi finalmente cambiato qualcosa, sopratutto per lui.

 
 

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