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Un giorno fortunato (dimensioni parallele) - Antonino Fleres

 
 

I miniracconti di Antonino Fleres: Un giorno fortunato (dimensioni parallele)

 
Antonino Fleres

ID Autore: 1
ID Testo: 4438

Dedica: alle giornate fortunate! (anche se mai vissute perché reali solo in talune dimensioni cosmiche sconosciute e parallele...)
Dedicato anche a Carlo Lucarelli che, nella sua trasmissione televisiva "Blu Notte" (e non solo) dice sempre "... e invece no!"

Testo online da domenica 8 agosto 2010
Scritto nel 2010

 

Un giorno fortunato (dimensioni parallele)

Commento all'immagine dell'autore Antonino Fleres:

Un bellissimo (anche se un po' vissuto) IVECO Stralis 500 E5... Non so di chi sia, ma ringraziando il proprietario per la foto, auguro a chiunque vi si metta al volante, una buon guida serena e felice!

Un giorno fortunato (dimensioni parallele)

Una bolla di sapone. O meglio: una bolla di vetro, grande come una camera da letto, tutta insaponata. Questa era la sensazione; ed era per ciò che ad ogni respiro le bruciava la gola, la trachea, la faringe. Deglutiva in continuazione e le mucose del cavo orale, sempre più legnose, le procuravano di riflesso inediti fastidi alle orecchie e al naso. I polpastrelli lisci la tradivano crudelmente e le impedivano di raggiungere la vetta: ad ogni tentativo, tanto scoordinato quanto inutile, scivolava indietro e perdeva quei pochi centimetri conquistati durante lo sforzo precedente. Poi, l'epiglottide ebbe la meglio, l'apnea non cambiò il suo stato e tutto si spense, per la seconda volta.

La prima volta (che tutto si spense) fu nel mezzo dei tonneau. L'automobile ribaltava e rimbalzava lungo la piccola scarpata sulla spalletta del torrente; lei, da dentro, vedeva il mondo che girava erroneamente (e troppo velocemente) rispetto alle regole della fisica che imperano sul moto terrestre. L'auto ed il suo conducente finirono, dormienti, con l'adagiarsi dentro il fiume, a testa in giù, non distanti dalla riva. Si accucciarono sfiniti, metà dentro e metà fuori l'acqua corrente e lievemente impetuosa che, in quel tratto di fiume, regala un solletichìo vezzoso alle scivolose pietre del suo letto.

Lidia si svegliò con la testa immersa nell'arroganza di quel liquido gelato; inventò la bolla di vetro insaponata, cercò di scalarla, cercò di respirare, di deglutire, ma non poté fare nulla di tutto questo: si arrese e, insieme alla luce, si spense anche lei, per sempre.

Fu così che si concluse l'avventura di Lidia su questa terra...

Alle nove di quel sabato mattina di fine luglio, corso Vercelli, nel tratto in cui incontra il torrente Stura, era completamente presidiato da Pompieri, Polizia, Carabinieri, Vigili Urbani e dai soliti molti curiosi. La piccola gru idraulica (meglio sarebbe dire oleodinamica), montata sull'autocarro pesante dei Vigili del Fuoco, stava ultimando la manovra di recupero e da lì a poco l'auto di Lidia, una Opel Astra SWTDI rossa del 2009, sarebbe stata caricata sul mezzo di soccorso ACI e trasferita al deposito della Polizia Scientifica per i rilievi del caso. Il corpo di Lidia, invece, era già stato estratto e, fradicio com'era, ricomposto dentro un robusto sacco in polipropilene cerato rivestito all'interno con un film plastico impermeabile; si trovava in viaggio con destinazione ASL medicina legale.
Poco più in là, Lorenzo. Sdraiato supino sulla lettiga dentro l'ambulanza in sosta, stava con le mani a coprire il viso come se volesse proteggerlo oppure nasconderlo. Il sonno era sparito e nulla del suo fisico era in pericolo: non una escoriazione, non un microtrauma. Solo lo shock emotivo gli faceva una grande, odiosa, e per nulla gradita compagnia. Nell'ultima mezz'ora, la più lunga da egli mai vissuta, già molti funzionari delle Forze dell'ordine lo avevano interrogato ed il giovane ed apparentemente timido piantone davanti alla porta dell'ambulanza non lasciava spazio al dubbio: la morte di quella ragazza era stata tutta e solo colpa sua.

Lidia era una ragazza di 29 anni, carina, non sposata, non fidanzata, non innamorata di alcun ragazzo in particolare. Viveva in un piccolo appartamento in zona Falchera con la madre Concetta e il gatto Pippi. Il padre le aveva "abbandonate" vent'anni prima ed ora nessuna delle due donne si curava di sapere dove egli fosse o che facesse. Lavorava da circa otto anni nel settore amministrativo di una piccala azienda nel quartiere Madonna di Campagna: quel lavoro non le piaceva granché, ma teneva duro e sognava, seppur senza troppa convinzione, che un giorno o l'altro sarebbe piovuta dal cielo anche la sua "occasione". Spesso, uscendo di casa per recarsi al lavoro, le capitava di dover subito tornare indietro perché si era scordata qualcosa: l'orologio da polso, il telefonino, le chiavi dell'auto. Altre volte faceva il giro del palazzo prima di ricordarsi dove avesse parcheggiato la Opel la sera prima. Altre volte ancora saliva in auto, sistemava le sue cose sul sedile del passeggero, partiva e subito, rabbiosamente, si fermava. Chi per caso fosse passato da lì, alzato lo sguardo allo stridere delle gomme, avrebbe notato una ragazza nell'intimità dell'abitacolo della propria auto che, in un gesto di ira metropolitana, colpiva il volante con il palmo della mano. Lo spettatore occasionale avrebbe quindi intravisto il volto di lei scomparire dietro la massa roteante degli scintillanti capelli neri e lucenti. La scena si concludeva con il capo di lei che si poggiava piano sui dorsi delle mani affusolate aggrappate al volante nella posizione delle undici e cinque; poi, quasi nel segno della resurrezione, la ragazza ridestava la chioma e il viso, e ripartiva.
Lidia non era inaffidabile o preda di turbe psichiche; era solo annoiata e un po' delusa da quella vita che non le aveva ancora regalato qualcosa di grande per cui valesse la pena fare le cose con più attenzione, con più impegno, con più entusiasmo.

Quel sabato mattina, alla bella Lidia non capitò nulla di storto. Non dimenticò niente, non tornò indietro ed anzi, pareva pure leggermente allegra. Salita in auto ed iniziato il viaggio, rideva alle battutine (volutamente) stupide dei DJ che, con ebete fragore, riempivano, insieme alla musica "pop" di sottofondo, il posto guida della sua Opel. Era in viaggio già da un quarto d'ora quando, improvvisamente, sul finire del curvone in prossimità del ponte di corso Vercelli, un TIR invase la sua corsia puntandola minaccioso. Presa dal panico ma non vinta, tentò una coraggiosa manovra per salvarsi da quel mostro maleducato e cafone e quasi ci riuscì dato che calibrò in modo impeccabile l'azione su freno, acceleratore, cambio e sterzo; ma la ruota anteriore sinistra del TIR pizzicò il retrotreno della Station Wagon che fece un mezzo giro su se stessa, rovinò sul guard rail a ridosso del ponte, lo sfondò aprendo una piccola fatale breccia e ruzzolò giù insieme a detriti di arbusti e a piccoli rivi di pietraglia.
Tutti i pochi automobilisti che quel sabato mattina transitavano da lì si accorsero dell'incidente. Tutti si fermarono: chi chiamò il 113, chi il 112, chi il 118. Altri si precipitarono di sotto, graffiando gli abiti e la pelle (dovendo lottare con le seppur rade ma spinose sterpaglie e cimentandosi, talvolta e loro malgrado, con qulche piccolo scivolone) per raggiungere la riva, con la speranza di poter fare qualcosa. Ma nessuno poté fare nulla. L'auto e il conducente giacevano incastrati a testa in giù, immersi in ottanta centimetri di ossigeno, idrogeno, sali minerali e chissà quanti e quali altri micro organismi e sostanze chimiche e biologiche. Impossibile aprire le porte e strappare Lidia alla morte. Poterono solo intuire l'agonia di lei, alle prese con la sua bolla di vetro insaponata, tutta liscia, lucida ed inesorabilmente scivolosa; rimasero tutti lì, ognuno con le proprie ansie ed i propri nodi in gola.

Lorenzo: classe 1958, sposato con rito civile nel 1992, due figli. Dopo quasi trent'anni di lavoro nel campo dell'autotrasporto come dipendente, decise di mettersi in proprio. Acquistò così, nel 2008, il suo primo (ed unico) TIR. Si trattava di un bellissimo FIAT IVECO Stralis AT a due assi, nuovo. Si era indebitato fortemente per acquistarlo, ma così aveva deciso, e Lorenzo era davvero caparbio e ostinato quando si trattava di scelte importanti. Aveva messo mano a tutti i fondi possibili ed immaginabili: primo tra tutti i risparmi suoi, di sua moglie Roberta, e della sua anziana mamma Alfonsina; ma il grosso della cifra arrivava, come quasi sempre capita, da un sostanzioso mutuo bancario. Avrebbe estinto il debito in 5 anni, giusto per la pensione (se gli affari fossero andati sempre a gonfie vele), ed avrebbe aggiunto un paio di buchetti alla cintola dell'intera sua famiglia (figlioletti compresi), pur di non oltrepassare quel limite. Ma il limite, dopo appena due anni, si rilevò pesantemente in difetto e così iniziò il carosello dei "dischi truccati" ed altri stratagemmi poco legali per poter lavorare (e quindi guadagnare) di più. Negli ultimi quattro mesi aveva lavorato durissimo e sempre "fuori casa", alle prese con le trasferte più remunerative; si era visto con Roberta solo sei volte, si era perso il saggio di danza e teatro di fine anno di sua figlia Enrica e non aveva potuto assistere il figlioletto Marco quando, per colpa di una volgare caduta dalla mountan bike, si era rotto un gomito (per la precisione si trattò di una frattura scomposta spiroide al terzo medio superiore dell'omero) ed era finito in ospedale per l'intervento chirurgico e la successiva ingessatura.

Quel sabato mattina, Lorenzo, aveva sulla groppa quaranta ore di guida effettuate nelle ultime quarantotto. Aveva, inoltre, eccesso di caffeina nello stomaco e forse anche una linea di febbre, probabilmente dovuta alla spossatezza fisica.
Era partito poche ore prima da Lione ed era diretto a Sarajevo, ma poteva fare una tappa a casa sua, a Torino, che era lungo la strada. Prese l'ultima uscita utile della tangenziale Nord e si ritrovò in piazza Conti di Rebaudengo; girò a sinistra e proseguì dritto in corso Vercelli. Avrebbe parcheggiato il suo Stralis nei pressi di via Ivrea.
Commise l'errore di allentare la tensione: ormai era quasi a casa, era al sicuro. Con un sorriso appena disegnato tra le grevi rughe del viso, socchiuse debolmente gli occhi pensando all'imminente abbraccio con i figlioletti e la moglie. Subito si trovò davanti ad un immenso e variegato castello. Il castello era in continua metamorfosi: ora i lussureggianti merletti rivestivano gran parte della nobile superficie, ora stormi di aquile reali dal becco d'avorio avvolgevano la massiccia fortezza (che però nel frattempo era diventata una piramide sul Nilo con tanto di Sfinge a lato), ora il ponte levatoio scendeva, fissato a quattro funi di edera variopinta (assicurate a loro volta alla pancia di altrettanti elicotteri S-64F Air-Crane (ex Skycrane)), e, tra mille frastuoni e fracassi, posava le sue estremità davanti al traforo del Frejus...
Fu proprio grazie al trambusto e ai sobbalzi che finalmente Lorenzo aprì gli occhi: aveva sognato per cinque lunghissimi secondi. Con una ruota, il possente Stralis aveva già saltato lo spartitraffico ed ora anche con un'altra e un'altra. La motrice era nella corsia opposta, proprio sopra il ponte. Lorenzo, logicamente in preda a palpitazioni tachicardiche e a sudori freddi, iniziò a frenare, ma il bestione strafottente non volle obbedire al comando. Obbedì alla fisica e si fermò trentacinque metri dopo; non prima di aver urtato, nemmeno tanto violentemente, il fianco posteriore di una Opel rossa. La Opel carambolò anarchica, poi, con tutta l'energia cinetica che poté, sfondò il guard rail e, nonostante le implorazioni di Lorenzo (e Lidia), prese testardamente a piroettare giù dalla piccola scarpata per finire (ruote all'aria) in grembo al torrente sottostante.

Fu così che la vita di Lorenzo ebbe un violento Stop e fu rovinata per sempre.

***-----***

Ma a volte, si sa, la realtà si mescola con la fantasia e le visioni, i miraggi, diventano momenti vissuti veri e veritieri. A volte sono messaggi ultraterreni, forse; a volte semplici (seppur concreti) sogni d'un primo mattino d'estate...

Infatti...

Quel famoso sabato mattina di fine luglio, Lidia, dopo essere salita in auto per recarsi al lavoro, dovette scendere subito e tornare a casa. Motivo? Una "cretina" microscopica lesione nei velatissimi collant estivi (otto denari) all'altezza del ginocchio destro... Già lievemente in ritardo, quando giunse in corso Vercelli nei pressi del torrente Stura, dovette tornare indietro e deviare per corso Giulio Cesare. La causa? Un "deficiente" di un TIR messo di traverso alla fine del ponte che bloccava il traffico in entrambe i sensi...
Il TIR era lì di traverso perché l'autista, un certo Lorenzo, a causa di un piccolo colpo di sonno aveva perso il controllo del mezzo ed invaso la corsia opposta. Fortunatamente, in quel momento nessuno passava da lì, e non ci furono conseguenze peggiori. Nessuno si fece male. Neppure il grosso TIR riportò danni seri...
Lidia imprecò nervosa (incurante delle battutine sceme dei DJ alla radio) per la sfortuna: sarebbe sicuramente arrivata in ufficio in ritardo... eccetera...
Lorenzo imprecò nervoso per la sfortuna: lo avrebbero multato, e forse gli avrebbero anche sospeso la patente per qualche mese... eccetera...

Non seppero mai, né Lidia né Lorenzo, che quello fu invece il giorno più fortunato della loro vita.

Commento al testo dell'autore Antonino Fleres:

Morale: quando scatta il giallo e acceleri per passare lo stesso (praticamente col rosso), pensaci bene e (invece) fermati. Quella sosta forzata potrebbe, magari mezz'ora più tardi, salvare (o non rovinare) la vita di qualcuno... no?

(Questo esempio mi fa quasi morire dal ridere)... dato che potrebbe accadere anche il contrario...

"...al proprio destino nessuno gli sfugge" canta Francesco De Gregori ne "Il bandito e il campione" del 1993 (testo e musica di Luigi Grechi (fratello di Francesco De Gregori))

Anche Roberto Vecchioni ci da una dritta sull'argomento con la sua famosissima "Samarcanda" del 1977 (testo e musica di Roberto Vecchioni)

(tralascio altre infinite citazioni).

L'unica cosa certa è che una migliore educazione, una maggiore calma, un più vivo rispetto per la propria persona e per quella altrui, non possono che fare bene a tutti.

P.S.
Nomi, persone, fatti, luoghi, gatti e, sopratutto, le storie sono tutte inventate...

Saluti a tutti!

 
 

I Commenti dei lettori al miniracconto di Antonino Fleres: Un giorno fortunato (dimensioni parallele)

Gabriella Barattia
Data commento: sabato 11 dicembre 2010 - Provincia: Torino - ID: 1359

Brillantemente riflessivo: tra "I fiori blu" di Queneau e il film "Sliding doors"

Rita Giove

ID Autore: 1935

Rita Giove
Data commento: lunedì 23 agosto 2010 - Provincia: Milano - ID: 1306

Ciao Antonino, ho letto attentamente il tuo nuovo racconto, mi è piaciuto tanto soprattutto per la suspance... forte, mi ha fatto ricordare la trasmissione Il Bivio!!!! È proprio vero, un piccolo cambiamento di programma, può cambiare la nostra vita in peggio o in meglio!! Forte davvero, fa riflettere molto, grazie sempre per i tuoi messaggi pieni di concretezza e soprattutto di sani principi!
Un abbraccio, Rita.

Abramo Fox
Data commento: venerdì 13 agosto 2010 - Provincia: Torino - ID: 1304

Letto e apprezzato molto, in particolare questa frase: "Una "cretina" microscopica lesione nei velatissimi collant estivi (otto denari) all'altezza del ginocchio destroÂ…".
Verso la fien del racconto mi stavo intristendo ma il lieto fine mi ...ha cambiato tutto, grazie per l'intrattenimento colto e intelligente come sempre.

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