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Ovunque tu sia - Antonino Fleres

 
 

I miniracconti di Antonino Fleres: Ovunque tu sia

 
Antonino Fleres

ID Autore: 1
ID Testo: 4286

Dedica: a tutte le amiche di tutti: ovunque "elle" siano!

Testo online da domenica 20 giugno 2010
Scritto nel 2010

 

Ovunque tu sia

Commento all'immagine dell'autore Antonino Fleres:

Un fiorellino per Sofia, da parte di Pietro

Ovunque tu sia

La sera prima fece tutto come al solito: dopo aver sistemato la cucina e dato una sbirciatina dentro il frigo per fare l'appello al latte e al succo di mela, si rintanò nella sala da bagno. Struccò il viso, controllò chi fosse da estirpare tra le belle sopraciglia e scrutò gli occhi; gli stessi occhi belli, occhi di cerbiatta, come sovente le ricordava una voce ormai sigillata dentro il baule del passato. Gli occhi le fecero un cenno e lei annuì: lo capirono dal sorriso che, sebbene impercettibile, per loro fu chiaro e risoluto.
Poi, senza abbandonare la stanza prediletta, telefonò a Mara, la riempì di coccole verbali e raccomandazioni, la ascoltò attentamente cercando di percepire anche le più lievi flessioni vocali (talvolta indice di malumore o malessere) e, infine, certa che tutto fosse nella norma, la congedò con un numero spropositato di baci e bacetti.
Uscita dal bagno, prese posto nel lettone. Il suo era da sempre il posto a sinistra, quello più vicino alla porta "Scrigno" e più comodo per l'accesso alla stanza degli armadi. A destra giaceva Carlo, seppur ancora in dormiveglia, con un occhio aperto e uno chiuso, con l'orecchio testo alla TV e con la rivista delle auto ormai quasi completamente a terra, tenuta su da un ultimo flebile soffio di dita.
Sofia entrò nel letto insieme ad una gioiosa bolla di vento (che tenne sollevata la trapunta per qualche istante), e sistematasi che fu, con i cuscini ed i rimbocchi, prese in mano il romanzo della sera e lo aprì ove il segnalibro le suggeriva.
Il romanzo non fu letto quella sera; non fu nemmeno sfogliato: non v'era motivo dato che il compagno di lei, accucciato a lato, aveva ormai perso i contatti con questo mondo e si accingeva a tuffarsi, orecchie ed occhi compresi, nel più profondo sonno.
Il compagno di Sofia; meglio dire: il marito di Sofia.
Si erano sposati diciotto anni prima, ed avevano fatto insieme una bella figlia l'anno successivo. La figlia, Mara, si trovava in Spagna per una vacanza studio e sarebbe tornata da lì a due settimane.
Il loro era da sempre stato un rapporto all'insegna della felicità della famiglia. Sempre uniti, sempre d'accordo sulle scelte importanti, mai una scenata o un bisticcio pesante davanti alla piccina. Prima di tutto lei: Mara. E infatti erano felici di ciò che avevano fatto ed erano riusciti a fare. Erano belli. Una bella famiglia.
La mattina dopo non si alzarono assieme come di solito. Lei, la sera prima, a cena, aveva annunciato al marito che sarebbe andata al lavoro due ore dopo il normale orario per una questione di ferie o permessi in arretrato e non pagati (o cose del genere). Ma appena lui uscì si alzò subito e si preparò perché da lì a poco sarebbe volata anche lei (come al solito) in ufficio.
Quella mattina, Sofia, aveva bisogno di calma e soprattutto di privacy. Fece una doccia molto calda, gustando il soffice tocco della spugna sul collo e sui fianchi. Poi, imbardata dal rosso dell'accappatoio e del turbante (quest'ultimo magicamente tratto da un piccolo asciugamano), preparò gli abiti predestinati sul bordo del letto e scese a fare colazione.
Finito il piacevole pasto mattutino, ricco di fibre e vitamine, si lavò i denti, si asciugò i capelli castani, lisci e lucenti, si truccò le gote, gli occhi e le labbra e tornò in camera da letto. Qui indossò il perizoma con il fiocchetto rosa e le calze autoreggenti comprate il giorno prima, si specchiò e sorrise. Fu poi il turno del reggiseno a balconcino, della camicetta con merletti verticali e della gonna a tubino. Quest'ultima, pur non molto corta, aveva un elegante spacco laterale, non vistoso ma leggermente provocante se abbinato a qualche particolare postura del corpo.
Infilò gli stivaletti di pelle con tacco medio, uscì, e, dopo aver chiuso dietro di sé l'uscio domestico, salì in auto, selezionò un CD di L. Battisti del 1992 e partì in direzione ufficio.
Sofia lavorava in una società multinazionale, era in un ufficio con altre sette colleghe, ma spesso veniva chiamata in direzione per dei lavori di maggior responsabilità o più a contatto con le alte sfere. Era tra tutte la più affidabile e la più competente (ed era in odor di promozione).
Anche quella mattina, come ormai tutte le mattine di quell'ultimo mese, si recò direttamente nell'ufficio dirigenziale dell'ing. Pietro Pane. Appena entrata, lui la salutò cordialmente, come sempre. Lei rispose con altrettanta cordialità ed eleganza. Le chiese inoltre se l'impegno che le aveva causato quel ritardo era stato felicemente risolto. Lei annuì.
Pietro aveva un debole per Sofia. Le faceva da sempre un po' di corte: mai sgarbata o assillante; ma non perdeva certo occasione per ricordarle quanto lei fosse bella, brava e desiderabile. Spesso le offriva un fiore, non tanto nelle ricorrenze canoniche, quanto nei momenti di "quando meno te l'aspetti". Pietro era scapolo e più di una volta l'aveva invitata a cena, per questioni di lavoro, ovvio.
Lei non era infastidita, Pietro era simpatico, piacevole, garbato ed amico; più di una volta pensò a quell'uomo nel senso dell'attrazione fisica, ma per Sofia la sua famiglia era al primo posto e non aveva senso tuffarsi in un'avventura con una posta in gioco così alta.
Quella mattina no. Sofia aveva deciso.
Iniziarono a lavorare ad una pratica un po' ingarbugliata, già messa sul tavolo da qualche giorno, ed ancora piena di punti oscuri ed intoppi vari. Poi, nel mezzo di una "tempesta di idee", che soleva aver luogo tra i due (più che altro per prender pausa dai fardelli del lavoro), lei si alzò. Ma mise male il piede e, per evitare una possibile pericolosa distorsione, si piegò leggermente, assecondando la posizione infelice del grazioso arto.
Pietro non poté non notare il pizzo dell'autoreggente che fuoriusciva dallo spacco della gonna. E non solo il pizzo! Pure un meraviglioso lembo di pelle morbida e setosa che faceva immaginare le soffici rotondità di quella coscia e regalava a Pietro un vibrante aumento della frequenza cardiaca! Lei indugiò, e lui, preoccupato per il piccolo incidente (seppur turbato da quel magnifico vedere), accorse in suo aiuto e le porse il braccio. Lei vi si appoggiò, ma appena accennò un primo timido passo, un ulteriore zoppichìo spostò il baricentro del corpo di lei e, di conseguenza, il peso che il braccio di lui doveva sorreggere. Dato che il carico da sostenere aumentò improvvisamente, d'istinto si trovò a cingerle la vita con l'altro braccio e il contatto dei due corpi divenne intimo, sensuale. Lei si appoggiò maggiormente, tanto che quando lui girò lievemente il capo per guardarla, scoprì gli occhi di lei terribilmente vicini; non solo: pure i nasi, i fiati e, di conseguenza le bocche.
Pietro rimase a metà tra l'attonito e l'imbranato, ma rimase fermo e così fece lei: rimasero fermi, fiato contro fiato, per infiniti piccolissimi istanti. Poi, inesorabilmente, le bocche si avvicinarono sempre di più: micron dopo micron. Ci fu un primo contatto, poi un distacco, poi un contatto, un distacco. Poi lei parlò.
"Se vorrai, succederà una volta soltanto. Ma dovrai aiutarmi, e lo farai se sosterrai Gino nel riottenere le sue commesse". Né Pietro né Sofia pensarono mai che quello fosse una specie o sottospecie di ricatto. Infatti non lo era: era una fiera richiesta di aiuto che un amico/a faceva ad un altro amico/a.
Ufficilamente uscirono dal palazzo per una colazione di lavoro; ivi rientrarono a pomeriggio inoltrato.

Ebbe cura di rincasare un paio d'ore prima del solito, per non correre il rischio di incrociare Carlo. Rimise tutto a posto, compresa se stessa, e ripensò ai fatti del giorno.
Non si pentì mai. Mai si sentì come se fosse stata usata, e sorrise di nuovo al ricordo di quella voce sigillata tra i ricordi "belli" del passato.
Carlo non ebbe mai nulla di meno.
Pietro non ebbe mai nulla di più.
Ed infine: Gino...

Gino sono io. Sono io che le dicevo dei suoi bellissimi occhi di cerbiatta mentre mi perdevo in quegli abissi.
Sono io, per sempre chiuso e sigillato dentro quel baule del suo passato.
Ho conosciuto Sofia quando aveva diciassette anni e siamo stati insieme e felici fin quando ne ha compiuti venti. Poi la mia strada ha preso un altro binario e ci siamo lasciati; nonostante la sofferenza grande di lei. Dieci anni dopo capii di aver buttato via la cosa più bella mai capitatami, ma era troppo tardi. Lei aveva la sua famiglia ed io mi imposi di non interferire mai.
Anni dopo ci siamo rincontrati, ma solo indirettamente e per questioni di lavoro: per caso avevo ottenuto delle importanti commesse dalla multinazionale per cui lavorava Sofia. Il lavoro era buono e discretamente redditizio: per la prima volta, dopo anni di tribolazioni, potevo contare su una certa tranquillità economica.
Poi l'incidente. Persi tutte le commesse. Chiusi l'attività. Fui costretto a vendere la casa, la macchina e impegnai i pochi oggetti d'oro ricevuti in regalo nel corso degli anni di mia vita. Non mi arresi mai, ma le cose stentarono a riprendere un senso a me favorevole.
Di botto, una mattina, arrivò una telefonata: era la multinazionale di cui ho parlato prima: mi dicevano che si era liberato uno spazio tra i loro affiliati e che se ero interessato potevo riprendere l'attività lasciata anni prima. Fu il colpo di fortuna che da tanti anni aspettavo.
Non seppi mai che Sofia progettò e programmò quella (ormai lontana) mattinata e quella finta storta; non di meno seppi mai che lo fece per me, ma lo volli sempre pensare, con tutto il cuore.
Ancor oggi penso con grande emozione a quello che fu uno dei più grandi atti d'amore mai regalatimi dalla "vita".

"Ti voglio bene, ovunque tu sia".
Gino.

Commento al testo dell'autore Antonino Fleres:

Inutile dire che la storiella è completamente inventata da cima a fondo (fatti, personaggi, luoghi, tutto).
Non è autobiografica nemmeno in minima parte e (oltre tutto) presenta pure qualche piccola "licenza poetica" nascosta tra le righe.

PS: Avendo io inventato tutto, ho inventato anche le "anime" dei protagonisti. Per cui: i loro pensieri, stati d'animo, atteggiamenti e sopratutto le loro verità, non necessariamente devono coincidere con quelle di chi le ha scritte, no?
Se proprio devo dire quale delle loro "anime" sia più vicina alla mia... chissà: forse quella di Carlo.
(Carlo, hai tutta la mia solidarietà!... ma infondo non te la passi male, giusto?)

Morale della favola?
Quando una donna vuole fare una cosa, la fa.
(e questo è un complimento a tutte le donne (se non si fosse capito)).

PS: Il CD di Lucio Battisti che Sofia ascoltava nel racconto era quello del 1992: "Cosa succederà alla ragazza" scritto con Pasquale Panella.
Mi dicono che a Sofia piace molto (ancora oggi) il brano "I sacchi della posta"...
(Tanto per la cronaca: il brano "I sacchi della posta" piace molto anche a me, tuttavia il mio preferito rimane "La voce del viso" Tratto dall'album "Hegel" del 1994)

Un salluto a tutti i lettori!

 
 

I Commenti dei lettori al miniracconto di Antonino Fleres: Ovunque tu sia

Rita
Data commento: domenica 20 giugno 2010 - Provincia: Milano - ID: 1281

Sempre piene di emozioni le cose che scrivi, pareva autobiografico!!
Bello davvero conciso e dettagliato allo stesso tempo, ti esprimi con poco dicendo e lasciando immaginare tanto!! Un caro abbraccio e Complimenti.
Ciao Ritav

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